Un ragazzo marocchino si è suicidato nel carcere minorile di Firenze l'altra notte. La sua è una storia comune: molti si uccidono in carcere, molti sono giovani, molti sono immigrati. Anche il modo scelto è canonico: impiccato con delle lenziola appese alle sbarre. Né il suo caso, come gli altri, servirà a cambiare le condizioni di di detenzione - se ne parla sempre, poco cambia. Ha regolato nel peggiore dei modi i conti con la sua angoscia, con il suo fallimento di ragazzo finito nella malavita; lontano dal suo paese, travolto.
Ma non è banale la prigione dove si è consumato, di notte, il suicidio. Non è nemmeno propriamente un "carcere", di quelli sovraffollati e disumani, ma un "istituto penitenziario minorile", che ho visitato la scorsa estate (unico parlamentare europeo ad aver aderito alla campagna di visite) nel giorno più simbolicamente vacanziero - ferragosto - a due passi dalla stazione, con tanto di chiesa barocca con pregevole chiostro aperto a iniziative culturali per fiorentini e turisti.
Dalle sbarre delle celle - che ho trovato pulite, ordinate - si vedono le case circostanti, che si affacciano sul campo di calcio, più unico che raro nel centro storico, messo messo a disposizione delle polisportive cittadine, sulla biblioteca, sui laboratori sguarniti laboratori di formazione. Perché non c'è molto da fare per i ragazzi internati: non ci sono fondi, una convenzione con la Provincia per un corso di gelateria ad agosto scorso si era persa in qualche meandro burocratico, e si era appena chiuso il corso di formazione per la riparazione di biciclette, che un artigiano in pensione aveva animato per anni su base volontaria.
Quel cittadino ha fatto più di tanto latitante Stato rappresentato da dirigenti penitenziari qualificati e dediti, ma senza risorse. A Ferragosto sono uscito da quel carcere con il senso d sconcerto per la dicotmia tra la prossimità fisica di quelle celle - vicino a noi, in mezzo a noi - e la loro solitudine. Anche istituzionale in parte, perché pochi politici hanno mai varcato quella soglia in via Orti Oricellari, e perché basterebbe poco per premiare volontari e attività formative che diano senso alla vita detentiva di ragazzi che, come ho visto, quando devono fare un disegno, scarabocchiano qualcosa come se avessero otto anni e non sedici.
I ragazzi con i quali ho parlato a Ferragoso biascicavano timidi e imbarazzati qualche parola sulle ragioni della condanna - soprattutto spaccio, dunque al soldo dei trafficanti più grandi. A quell'età lì trascorrere uno o tre anni in cella lascia tracce ancora più capitali: di pronto riscatto (si è ancora giovani, ci vuole poco), o sfiducia nera. La loro "mamma" è lontana, le nostre case molto vicine. Hanno sbagliato, e a volte ci vuole davvero poco - comin,ciando da più formazione ed educazione che la città può portare dentro quelle mura - perché i più deboli di questi ragazzi non commettano anche lo sbaglio peggiore.

Suicidio Ipm Firenze