INTRODUZIONE
Il federalismo europeo non può essere un obiettivo di per sé, un ideale romantico che si giustifica da solo; deve diventare, o tornare a diventare, una prospettiva costituzionale che garantisce una vita migliore agli europei e anche al resto del mondo, creando maggiore prosperità, evitando sprechi, offrendo più sicurezza, animando un sentimento di felicità e di appartenenza. Negli ultimi anni non siamo riusciti a dimostrare che questi sono i vantaggi del federalismo, non siamo riusciti a convincere i cittadini che i loro diritti saranno affermati e protetti dagli auspicati Stati Uniti d’Europa meglio di quanto non sappiano fare gli stati nazioni o un’Europa unita ma ancora inter-governativa. Soprattutto sono la maggioranza dei giovani ad aver perso la fiducia nel federalismo, e dietro questo atteggiamento c’è il fallimento politico in un’Europa che non sa comunicare se stessa e che ha perso la memoria dei millenni di guerra civile da cui proviene. Il federalismo deve sconfiggere la propria “retorica” e riconquistare la sua “persuasione”, nelle scuole, tra i consumatori, presso le minoranze, al cospetto delle esigenze delle forze economiche, in un dialogo fecondo con la cultura europea e anche con le religioni. Altrimenti è solo noiosa ingegneria costituzionale e pretenzione.
APPUNTAMENTO
Ventotene, 4 settembre 2009: XXVIII Seminario di Formazione Federalista, tavola rotonda sul "Ruolo dei partiti politici europei e del Parlamento Europeo per un nuovo governo federale europeo ed una costituzione federale europea"
APPUNTI PER UN INTERVENTO
- La pace e il relativo benessere conquistati in questi ultimi sessanta anni.
- L’interpretazione economica dei paesi europei.
- Il linguaggio ormai europeo, quasi solo europeo e non più nazionale, della ricerca scientifica e della cultura.
- La straordinaria mobilità di studenti, lavoratori, turisti tra i paesi dell’UE e l’emergere di un settore sempre più vasto di famiglie miste.
- L’affermarsi nelle relazioni commerciali internazionali, di gruppi regionali, tra i quali l’Europa, che negozia come un unico corpo in sede di OMC o bilateralmente con i paesi terzi.
Ho scelto di far parte della commissione del commercio internazionale anche perché in questo campo l’Europa è già una, è una come interlocutore, è di fatto federale nelle competenze attribuite a Bruxelles. E il commercio internazionale è il sale di molte altre cose.
Aggiungiamo anche il radicamento delle istituzioni europee e il moltiplicarsi, grazie soprattutto alle nuove agenzie specializzate, quasi una ventina, responsabili per le normative di medicine, alimentazione, sicurezza, trasporto, informatica, ecc.
Basterebbe fermarsi a questi cinque punti per poter considerare ormai in via di compimento il processo di unità europea, potremmo quasi sederci e vederne i risultati uscire da soli col tempo.
Però, dall’altra parte di questo paradosso:
- Mai come adesso la causa europea ha perso simpatia popolare, come confermato dai referenda in paesi di prima adesione come Francia e Olanda, dai dati di apprezzamento forniti dall’Eurobarometro, dal tasso in costate discesa di partecipazione alle elezioni europee. È un fatto: la maggioranza dei cittadini non ci crede più all’Europa, o quantomeno non ne è interessata.
- Molti giovani percepiscono l’Europa come una dimensione noiosa – burocratica, solo economica, di potere. Ancora: sentono il vecchio continente come un continente a loro ostile, di vecchi, sia anagraficamente, sia per la sua burocrazia e per le politiche perseguite, tese a difendere privilegi acquisiti e non all’apertura a energie nuove.
- Dietro tanto, c’è anche l’assenza di simboli. L’Europa da tempo non ha più un Nelson Mandela, un volto con nome e cognome in cui specchiarsi e animarsi. Invece ci entusiasmiamo per Barack Obama, che tra l’altro sta in parte europeizzando l’America, adottando misure tipiche della vecchia Europa –dall’assistenza sanitaria alle tecnologie verdi, al multilateralismo in politica estera.
- Siamo in tempi di crisi, tempi propizi a darci una scossa e all’unità, ma invece la via europea non è mai stata presa in considerazione come una soluzione e un riscatto.
- Si è persa la memoria delle ceneri sulle quali si è fondata l’Europa unita. Non si ha più consapevolezza dei 700.000 giovani europei che si sono uccisi nelle trincee di Verdun, delle vittime del bombardamento di Dresda a guerra dalle sorti ormai segnate, civili in numero superiore ai morti di Nagasaki e Hiroshima, dei due milioni di morti dell’assedio di Leningrado, o, e basterebbe concentrarsi su questa parola, della Shoah. Prima di una visita al Parlamento Europeo ci si dovrebbe recare a Mathausem, e allora si apprezzerebbe davvero anche l’opulenza dei palazzi di Bruxelles.
Entrambe valide, queste due liste costituiscono il paradosso dell’Europa contemporanea e rappresentano altrettante sfide per i federalisti. Annullandosi reciprocamente, esse vanificano i risultati portati a casa dall’integrazione europea. Pare proprio che la parabola di Altiero Spinelli si sia avverata: il pescatore ha catturato il pesce grosso, ma non riuscendo a issarlo a bordo lo trascina fino a riva, dove scopre che nel frattempo altri pesci se lo sono mangiato, lasciando a lui solo una grossa lisca.
Altiero Spinelli, appunto. Il glorificato padre insisteva nella necessità di ottenere sempre il sostegno popolare, considerava un’elezione europea una sorta di mini referendum di adesione alla prospettiva federalista. La sua relazione del 1982 fu firmata da ben 180 parlamentari. Oggi quanti sarebbero?
Il nuovo Parlamento Europeo è quello più a destra che sia mai stato eletto, c’è il PPE dove Berlusconi e Sarkozy frenano l’impianto europeista della CDU, c’è un nuovo gruppo dichiaratamente conservatore e perfino un altro alla sua destra che dell’euro-scetticismo spinto fa la sua ragion d’essere. Nessuna illusione su quanto si potrà compiere in questa legislatura. Tanto più che il problema non è la composizione del Parlamento di per sé, ma l’elettorato che lo ha democraticamente votato.
Per ora abbiamo ottenuto come ALDE, su una posizione federalista, il rinvio a settembre del voto sul presidente della Commissione. Barroso si è ripresentato ora con un programma ambizioso e anche un po’ patetico, visto che promette molto del tanto che avrebbe dovuto realizzare nei cinque anni passati, a partire dall’impegno per un “partenariato speciale” col Parlamento che è già nella corretta logica inter-istituzionale e che è stata finora disattesa preferendo assecondare sistematicamente gli interessi (divisi, peraltro) del Consiglio. Ma il rinvio non ha portato a una candidatura alternativa, come pure qualcuno sussurrava sarebbe accaduto. E Barroso è espressione dell’unanimità del Consiglio, a sua volta consapevole che egli rispecchia la maggioranza uscita dalle urne ed espressa nei numeri del Parlamento Europeo.
Del resto serve a poco delegittimare questi nuovi equilibri del Parlamento. Sono infatti frutto di scelte democratiche e consapevoli, che piuttosto mettono a nudo due errori nei quali come federalisti abbiamo indugiato troppo a lungo:
1. Preoccuparsi troppo dei vertici istituzionali, cercando di dialogare con i presidenti della Commissione, i parlamentari, i vari ministri, a caccia di chi possa essere più simpatetico verso le idee federaliste, e lasciare indietro il lavoro con e tra i cittadini – nelle scuole e nelle fabbriche, nelle famiglie o anche nelle parrocchie.
2. Non riuscire a raccontare il sogno federalista partendo dall’impatto che gli Stati Uniti d’Europa avrebbero in termini di benefici nella vita quotidiana dei cittadini – dagli studenti ai lavoratori. Si dovrebbe lavorare a un nuovo rapporto Cecchini, che calcoli il costo del non-federalismo per le tasche dei contribuenti e per le mancate opportunità di vita dei cittadini europei. Inutile perorare la nobiltà del federalismo di per sé, la sua necessità, l’attualità del Manifesto di Ventotene, se non riusciamo a spiegare a tutti, non solo ai responsabili istituzionali, il perché gli Stati Uniti d’Europa sappiano proteggere meglio i diritti dei cittadini e promuoverne le occasioni di vita rispetto a quanto possano fare un’Europa di nazioni o un’Europa unita ma come oggi ancora fortemente inter-governativa.
Da parte mia intraprenderò alcuni percorsi - articolati in iniziative parlamentari, seminari e incontri, tirocini, attività stampa – per affermare nel collegio elettorale le ragioni del federalismo, la necessità di una memoria collettiva europea, la diffusione dei fondi europei che dell’Europa sono un segno concreto, e per denunciare e correggere le anomalie italiane che ci impediscono di “fare federalismo” laddove dobbiamo ancora rincorrere i paesi più avanzati. Abbiamo due strumenti seri: il gruppo parlamentare dell’ALDE, unico gruppo ad aver votato all’unanimità le tappe cruciali dell’integrazione – Maastricht, Amsterdam, Costituzione, allargamenti – e l’Italia dei Valori. Non è un caso che la festa nazionale di Vasto si concluderà proprio con una tavola rotonda su “Europa tra sfida federalista e anomalia italiana”, alla quale parteciperanno Guy Verhofstadt, che proprio i federalisti volevano presidente della Commissione al posto di Barroso cinque anni fa, e lo stesso presidente, un italiano, dei Giovani Federalisti Europei, Samuele Pii. Non so quale altro partito in Italia valorizzerebbe in modo così visibile la sua riflessione sull’Europa.
Infine, un parallelo con la poesia. I poeti di ieri erano soliti annunciarci le epoche future e gli orizzonti – anche i sentimenti promessi. Erano i poeti dell’”avvenire”. Oggi i poeti parlano della stesse cose, ma come beni smarriti, come se quelle promesse fossero appartenute a un’età dell’oro esaurita, a prima di oltrepassare la linea d’ombra. Perché le idee di Altiero Spinelli non siano vissute con questa stessa colpevole nostalgia, dobbiamo lavorare sodo tornando nelle strade, oltre le istituzioni.