"Cultura", "educazione", sembrano parole ormai ostiche a troppa parte della politica.
Nel migliore dei casi si cerca il "consenso", più spesso si insiste nella "comunicazione", nel "messaggio", nel "target".
Gli obsoleti intellettuali sono soppiantati da analisti di marketing, scuola e università non sono più un campo interessante d'azione politica, preferendogli lo spettacolo televisivo. Passo passo, la politica e la riflessione culturale stanno imboccando cammini separati e anche privi di comunicazione reciproca. Si rincorre l'intervista, la telecamera, si investe in convegni autoreferenti, magari si sfoglia il libro dell'immancabile collega parlamentare, e intanto si dimentica volentieri che dietro ogni buona politica, e prima di ogni buona politica, c'è lo sguardo educato alla riflessione approfondita, ci sono la letteratura, e il teatro, il cinema, la musica - i linguaggi del nostro sapere e del nostro esprimerci individuale e collettivo.
E che la pietra angolare di ogni società evoluta è il sapere, la conoscenza del nostro mondo attraverso gli strumenti offerti dalla scuola e dall'università intese come un servizio di qualità e universale e accessibile e non selettivo - dunque scuola pubblica.
Né si saprà mai amministrare bene una città se non si vuole sapere niente di architettura, così come la vita politica sarà solo inesauribile bega di fazione se non è animata anche dai versi di una poesia sulla libertà, o sulla solitudine.
L'Europa avrà un bel cercare la propria unità sfornando nuovi trattati e nuove politiche comuni, se poi non sa riconoscere i suoi linguaggi comuni - che siano la ricerca scientifica, il cinema, o la lettura, e la scuola pubblica e laica per tutti.
L'Europa, del resto, è nata prima nella cultura e nell'economia che nella politica, che ancora arranca dietro a una società per molti aspetti più integrata di quanto non si pensi.
Ma cosa ne sa buona parte della politica della cultura? Tra i nostri governanti, chi ormai si prende il tempo di leggere fino in fondo un libro? Se ne vedono le conseguenze: sono convinto che esista un rapporto diretto tra lo svilimento della cultura e della scuola e l'emarginazione di chi fa cultura, e l'indebolimento dei nostri anticorpi democratici contro l'intolleranza, la superficialità del discorso demagogico, la volgarità del potere.
Scuola e cultura non sono competenze europee, ma restano cardini di ogni società europea, ieri come nel futuro affidato alla società della conoscenza diffusa.
Ho cominciato con una visita ai luoghi di Don Lorenzo Milani, e si cercherà di promuovere scuole di formazione europea e forme di sostegno alla scuola e all'università italiane, ormai sistematicamente mortificate dalla politica e da dissennate scelte governative, convinti che il riscatto del paese passa, prima di tutto, dall'educazione e dal livello culturale collettivo. Del resto, proprio nell'arte e nella cultura possono svilupparsi innovative espressioni dei disagi e delle ambizioni del nostro tempo, impegni e voglie di esserci che ormai non hanno più ospitalità nell'organizzazione della politica.
Anche per questo, un mandato parlamentare deve costituire una piccola ma concreta occasione di ascolto reciproco e aprire la strada a un percorso di eventi piccoli e meno piccoli. Un tempo ogni primo giorno di una stagione era occasione di festa per scandire il cambio del tempo, e il ritorno del tempo, e così ci proponiamo anche di organizzare un appuntamento ogni tre mesi, nelle vicinanze della nuova stagione, a mo' di festa e per abituarci a contaminare il lavoro politico con la ricerca della cultura.
Contributi che sappiano portare anche dentro le istituzioni la riflessione di scrittori, artisti, performer, cineasti, e di tutti coloro che si fermano, riflettono nel silenzio del loro intimo, studiano e si confrontano con i propri mezzi espressivi, e infine presentano pubblicamente il loro pensiero, suscitando un'emozione che vogliamo bella e generosa.