Oggi 12 agosto nel 67 anniversario della strage di S. Anna di Stazzema Niccolò Rinaldi consegnerà ad Enrico Pieri, da parte del Parlamento Europeo, il premio di cittadino europeo dell’anno. Enrico Pieri, Presidente dell’associazione “Martiri di S. Anna di Stazzema”, è uno dei pochi sopravissuti dell’omonima strage avvenuta nell’estate del 1944 e perseguita ad opera delle forze nazi-fasciste in Italia. La strage fu una delle più cruente riportate negli archivi ed ha segnato profondamente la coscienza civile del nostro paese: vennero uccise senza pietà 560 persone per lo più anziani, donne e bambini.
Come affermato dallo stesso Pieri : ”Ho provato sulla mia pelle la crudeltà del nazifascismo, e so anche cosa significhi essere un emigrante italiano però credo in un’Europa unita e nella pace tra i popoli”. La figura commuovente di Pieri è stata immortalata dal regista americano Spike Lee nel film “Miracle of St. Anna”. L’impegno di Enrico Pieri nel tenere viva la memoria storica di quanto accaduto 67 anni fa, attraverso l’associazione di cui è presidente, è stato assiduo e costante e rappresenta un prezioso contributo affinché l’Europa non viva nuovamente le tragedie attraversate nel secolo scorso e le nuove generazioni non dimentichino cosa può generare il “sonno della ragione”. Di seguito pubblichiamo una breve intervista telefonica rilasciata dallo stesso Enrico Pieri.
- Signor Pieri ci racconti cosa successe quella mattina del 12 agosto di 67 anni fa a S. Anna di Stazzema?
Io avevo 10 anni la mia famiglia era composta da babbo, mamma e le due sorelle ed i nonni,accanto a noi vivevano gli zii. S. Anna era un piccolo paese sulle Alpi Apuane a 650 metri, non c’era strada solo una mulattiera per arrivare su al paese, ci voleva uno’ora, un’ora e dieci. Tutto ciò che ci serviva per vivere lo producevamo lì. In quel periodo del 1944 nel paesino di S. Anna si ospitarono tutte le persone della piana addirittura venivano da Siena, da La Spezia da Napoli persone che cercavano rifugio, che erano sfollate. Così S. Anna, un paesino di 400 anime, raggiunse una popolazione di molto maggiore. Quella mattina del 12 agosto su a S. Anna una delle piccole formazione di partigiani, i Cacciatori della alpi apuane, le formazioni formate da Gino Rossi, ebbero dei piccoli scontri con i fascisti. Io ero allora bambino piccolo però questo cose le sentivo dai discorsi dei grandi. Nell’insieme non c’erano state rappresaglie ne grandi scontri. Quella mattina passò un signore che ci avvisò che dall’altra parte del monte stava salendo un gruppo di tedeschi. Il nonno, il babbo gli zii fecero una piccola riunione e decisero di rimanere a casa. In genere gli uomini fecero in tempo a scappare mentre nel borgo dove abitavo gli uomini rimasero a casa. Mio padre era stato carabiniere, era stato nel Montenegro sapeva cosa significava la rappresaglia. Inoltre il nonno il giorno prima aveva ammazzato una mucca l’aveva appesa nella cucina e si doveva dividerla, perché una delle cose che mancavano era il cibo e bisognava dare da mangiare alla gente. Decisero di rimanere:”Se succederà qualcosa – conclusero - prenderanno noi uomini come ostaggi però le famiglie si salveranno”, così si concluse la riunione. Dopo un quarto d’ora dal passaggio del signore scesero i Tedeschi. La mamma aveva fatto alzare la bambina più piccola di 4 anni, eravamo tutti intorno a un tavolo: il babbo, la mamma, io e le mie due sorelle. Arrivano i Tedeschi entrano in casa e ci fanno uscire. Ci fecero incamminare verso la piazza del paese insieme alla famiglia Pierotti, una famiglia di sfollati. Si fece cento metri e poi ci fecero tornare indietro e ci spinsero dentro la cucina dei Pierotti. Debbo dire che nella prima mattina la cucina della famiglia Pierotti era ancora in disordine perché serviva anche da camera da letto. Una delle bambine della famiglia Pierotti, che era la più grande, che aveva intuito cosa stava succedendo mi chiamò e mi ha disse: ”Vieni qua”. Così mi son ritrovato nascosto insieme a lei nel sottoscala in fondo alla cucina della famiglia Pierotti. Per ammazzare le nostre famiglie di 10 persone ci misero 5 minuti, nemmeno. Debbo dire che anche un’altra bambina della famiglia Pierotti, che si era nascosta tra le coperte e i materassi, rimase viva. Non contenti di aver ammazzato le nostre famiglie presero della paglia dal granaio affianco la buttarono in cucina e dettero fuoco. La cucina si riempi subito di fumo ma di fuori c’era l’inferno non si poteva uscire, ad un certo punto si doveva uscire il fuoco avanzava. Così appena abbiamo sentito che fuori non c’era più tanta confusione abbiamo preso una panca e proteggendoci con quella siamo usciti fuori dalla cucina. Ci siamo nascosti sotto una pianta di fagioli a capanna di fronte casa, in silenzio, ammutoliti: non c’eravamo ancora resi conto di quello che era successo. Lì rimanemmo delle ore dalle altre parti infatti si sentiva sparare. Poi non si sentiva più sparare ma si sentivano i grandi rumori delle case che crollavano. In seguito, siamo usciti da sotto la pianta di fagioli e abbiamo visto che non c’era nulla da fare, i corpi dei nostri famigliari giacevano carbonizzati nella cucina della famiglia Pierotti.
- Lei signor Pieri ha vissuto in prima persona gli orrori della II guerra mondiale e dei massacri nazisti, un tempo nel quale i popoli europei erano abituati ad uccidersi tra loro e a considerarsi nemici. Oggi una nuova guerra in Europa è impensabile ma questa lambisce i suoi confini. Ecco, cosa rappresenta per lei il progetto dell’Unione Europea e che contributo ha dato alla pace e alla conservazione della memoria storica?
Mi fa molto piacere ricevere questo premio dal Parlamento Europeo perché è la dimostrazione che le istituzioni europee hanno attenzione nei confronti del mantenimento della memoria storica che è fondamentale per non dimenticare quanto accaduto. È importante soprattutto per i ragazzi per le nuove generazioni. L’Europa ha fatto molto in questi anni ed oggi è impensabile una nuova guerra tra di noi. Però a volte sono pessimista: vorrei un’Europa diversa, più unita politicamente. Sono passati quasi 70 anni e dobbiamo fare di più per migliorare il processo di integrazione europea. Ci vorrebbero grandi uomini come De Gasperi, Spinelli, Ciampi gente che credeva fortemente nell’Unione Europea. Vorrei poi che l’Europa facesse di più in termini finanziari per mantenere viva la memoria storica soprattutto in questi tempi di crisi nei quali le amministrazioni locali hanno poche risorse.
- Lei signor Pieri ha conosciuto la condizione di migrante per molti anni, alla luce della sua esperienza cosa pensa sia necessario per un vero processo di integrazione europea che superi l’intolleranza e il razzismo latente oggi in Europa?
Io ho vissuto in Svizzera per molti anni più di venti e quando sono diventato padre potevo decidere se mandare mio figlio alla scuola francese o a quella tedesca, ebbene lo iscrissi alla scuola tedesca, nonostante tutto. Ti racconto questo episodio perché credo che rappresenti bene quale dovrebbe essere lo spirito dell’Unione Europea, uno spirito di unità che superi le differenze, con un progetto di bene comune. Io poi quando ero in Svizzera ho fatto il sindacalista per molti anni e debbo dire che non mi piace come viene trattato oggi l’operaio. L’Europa deve fare di più nel campo del sociale e tocca a voi giovani impegnarvi affinché ciò avvenga.

Niccolò Rinaldi consegna ad Enrico Pieri il premio cittadino europeo dell’anno