Sei in: Memoria Collettiva “Che siano i nostri figli e nipoti a piangere al nostro funerale: non vogliamo essere noi a dover piangere il loro”

“Che siano i nostri figli e nipoti a piangere al nostro funerale: non vogliamo essere noi a dover piangere il loro”

Sono parole forti quelle che pronuncia Abdelfattah Abusrour, che fra il primo e l’ultimo dei suoi nomi stampati sul programma di sala ne elenca almeno altri 8, per ricordare le dieci generazioni che lo hanno preceduto. Nato nel campo profughi di Aida, Bethlehem, ingegnere biomedico e artista, ci racconta con voce chiara e assertiva del suo arrivo a Parigi molti anni fa, dottorando con una borsa di studio ed un documento di identità su cui c’era scritto: “nazionalità giordana, sotto mandato israeliano”. Protestò, chiese che ci fosse scritto “nazionalità palestinese, sotto occupazione israeliana”, le autorità francesi gli dissero di tornare il giorno dopo, e gli consegnarono infine un documento con la dicitura “nazionalità da determinare”.

Comincia cosi il racconto della sua famiglia e della sua vita, ricordi che illustrano la storia recente di un popolo che ha perso le sue radici, la sua terra e con esse parte della sua identità e delle sue tradizioni, rispolverate per i giovani e i bambini dei campi profughi o dei villaggi della West Bank e di Gaza, attraverso l’arte, il teatro, i murales, i disegni, le danze, i costumi ricamati. Bambini e ragazzi che non hanno esperienza del passato e immaginazione del futuro, che alla domanda: “cosa vorresti per il tuo paese, per la tua famiglia” non sanno rispondere che con i soliti slogan. In questo contesto di conflitto ed odio sembra difficile poter parlare di creatività, ma è proprio quello che sta facendo la compagnia Theatre Day di Gaza, il cui co-fondatore e direttore artistico, Ian Willems, olandese che vive nella Striscia da quindici anni, dice guardandoci con i suoi profondi occhi azzurri: ”non saprei immaginare di poter vivere altrove”. Siamo riunite, oltre cinquanta persone, al Legacy Hotel di Gerusalemme est, dove il Consolato Generale e l’Ufficio della Cooperazione Italiana hanno organizzato un evento di presentazione di alcune opere su Gaza:un libro prodotto dall’organizzazione non governativa EducAid che riassume l’esperienza dei laboratori artistici e di creatività organizzati con i bambini di Gaza nell’ultimo anno, come forma di “resistenza” politica e culturale all’oppressione, all’isolamento e alla difficiltà di immaginazione oltre il male; un documentario prodotto dalla Cooperazione Italiana sulla vita oggi a Gaza, attraverso tre storie di marginalità e difficoltà di vivere sotto assedio, e le testimonianze di operatori umanitari che a Gaza vivono e lavorano e che dal video ci parlano di accoglienza, condivisione, solidarietà, creatività. In collegamento skype da Gaza interviene un artista palestinese, fondatore del gruppo di arte contemporanea “Windows from Gaza”, che ha collaborato al progetto dei laboratori artistici e che si “scusa” di non poter essere presente con noi a Gerusalemme “perché sono molto occupato”, riuscendo comunque a farci sorridere. Parla delle difficoltà di un artista a Gaza, di trovare le materie prime, di trovare un mercato, di trovare in sé e nel contesto una motivazione. Chiede alla comunità internazionale di investire nell’arte e nella sua diffusione oltre i confini della Striscia, finanziando laboratori e produzioni artistiche, scambi con altre esperienze, rompendo l’isolamento culturale, “per superare il dramma della vita quotidiana attraverso il dramma del teatro”, come ci ricorda ancora Ian Willems.

Il giorno dopo arriva il permesso – anzi il “coordinamento”, come si chiama qui – per entrare a Gaza, anche se per poche ore, il confine di Eretz chiude per due giorni per una festa ebraica, chi non esce entro oggi pomeriggio deve restare a Gaza per tre giorni. L’elenco delle feste ebraiche e delle relative chiusure del passaggio, affisso su un vetro del posto di confine, è impressionante, ogni mese almeno due-tre giorni di ulteriore isolamento. Entrare e uscire da Gaza è comunque impegnativo e richiede pazienza e motivazione. Il mio passaporto pieno di visti di paesi arabi riscuote un certo interesse e molte domande da parte della poliziotta di turno, un po’ scandalizzata che mi piaccia tanto girare per il mondo arabo, sia per lavoro che per turismo. Arriva a consigliarmi di andare a Dubai, la prossima volta, o al limite in Arabia Saudita, ma perché proprio in Libia o addirittura in un posto pericoloso come lo Yemen? Alla fine mi chiede se ho con me un’arma, strappandomi un incredulo sorrisetto. Finiti i controlli e gli interrogatori di rito, ci aspetta un lungo percorso a piedi dentro un tunnel di ferro, in mezzo ad una terra di nessuno, distesa di dune sabbiose costellate di detriti e demolizioni, fino al posto di polizia di Hamas, che apre borse e valigie per sincerarsi che non vengano portati alcolici ed altri articoli proibiti a Gaza. Al ritorno, Hamas avverte per telefono la polizia di Al Fatah che a sua volta avverte la polizia israeliana che stiamo arrivando (è questo il senso del documento di “coordinamento” tra forze di polizia). Come per magia si aprono porte metalliche e si attivano altoparlanti con voci misteriose che danno ordine di avanzare, fermarsi, passare dentro uno scanner, tornare indietro, vuotarsi le tasche da caramelle sospette, levarsi la maglietta, riprovare… i bagagli sono passati al setaccio, i passaporti nuovamente controllati, le stesse domande di poche ore prima, cosa sei andata a fare a Gaza, chi hai incontrato e perché… e c’è chi – italiani, spagnoli, americani, francesi, olandesi, inglesi, svizzeri; cooperanti, giornalisti, operatori umanitari - questa strada, su e giù, la fa tutte le settimane… A Gaza abbiamo giusto il tempo per una visita-lampo al Centro Risorse di Genere gestito dall’organizzazione non governativa Palestinian Working Women Society for Development con cui collaboriamo da molti anni. Un appartamento dalle pareti color albicocca, tre operatrici gioviali e sorridenti che ci parlano delle sfide quotidiane nel lavorare sul disagio e la violenza domestica contro le donne in una realtà come Gaza.

Un centro di ascolto e orientamento, due laboratori di cucito nei campi dei rifugiati a nord e a sud della città, l’avvio di piccole attività generatrici di reddito, incontri e seminari su diritti e partecipazione. Il tutto con pochissimi soldi, terminato un primo finanziamento della cooperazione italiana, si uniscono ora le forze della società civile italiana e palestinese per reperire altre risorse e poter andare avanti.

A Gaza campeggiano enormi manifesti con i volti dei martiri barbuti con le armi spiegate, ma anche murales sbrecciati di Arafat, e cartelli “No weapons” all’ingresso di caffé e ristoranti. Per il resto, è una grande e caotica città distesa lungo la costa, case e strade che avrebbero bisogno di più di una riparazione, carretti tirati da ronzini e guidati da scugnizzi con lo sguardo vivace, poche le vestigia dei monumenti antichi e del passato splendore, quando la Striscia era ricoperta di alberi e fiori tanto da sembrare, secondo le parole di un geografo siriano del ‘300, “una distesa di broccato”. Ricordo la mappa di Madaba, in un viaggio in Giordania di alcuni anni fa, Gaza in pratica al centro di quel mondo di scambi e commerci, protesa su quel mare impetuoso aperto verso nord, la stessa costa del Mediterraneo che pochi chilometri più ad ovest appartiene al Sinai egiziano. Il valico di Rafah è stato aperto nelle scorse settimane ma subito richiuso, lasciando in tutti la speranza di un passaggio più rapido e meno clandestino dei famigerati tunnel.

Gli stessi impedimenti alla libera circolazione che affliggono i palestinesi della Cisgiordania, in un movimento ciclico che porta i palestinesi residenti a Gerusalemme a lavorare tutti i giorni a Ramallah, e gli espatriati che hanno deciso di abitare a Ramallah a spostarsi per andare a Gerusalemme. Ovunque, lunghe code ai check-point, interrogatori, controllo dei documenti, perquisizione dei veicoli, umilianti passaggi a piedi attraverso serpentine metalliche. Viaggiare in territorio di Israele invece è facilissimo, le veloci autostrade e bypass-roads collegano rapidamente città e villaggi, in meno di due ore si arriva dappertutto, dal mar Mediterraneo al mar Morto. E cosi Akko e Taibe sono città israeliane popolate da una maggioranza araba, dove si mangia e si parla arabo e dove in pochi metri quadrati coesistono moschee, chiese (cattoliche ed ortodosse) e sinagoghe. A Nablus invece non vogliono sentir neppure parlare di collaborazione con lo stato di Israele e le sue istituzioni, e sono ancora vivi nei ricordi e nelle antiche mura della città vecchia e del mercato coperto i segni delle ferite subite. In Galilea ci sono organizzazioni israeliane che recuperano terre confiscate per piantarci ulivi e produrre olio biologico con la popolazione araba; scuole arabe dove si impara l’ebraico; soldatini israeliani in divisa che aspettano l’autobus insieme a donne velate: una confusione affascinante se non fosse tragica.

Conclude con una favola amara, Abdelfattah Abusrour, che la dice lunga sulla mancanza di senso di responsabilità, individuale e collettiva, verso il bene comune: “C’era una volta un villaggio molto povero, afflitto da una terribile carestia, arrivarono gli abitanti dei villaggi vicini e si chiesero cosa potevano fare per alleviare tanta sofferenza, fu una piccola bambina ad avere l’idea: che ogni famiglia versasse un litro di latte in una grossa giara in mezzo al paese, per nutrire la popolazione affamata. Tutti si avvicinarono alla giara e versarono il prezioso liquido, ma il mattino dopo, quando i saggi del villaggio aprirono la giara, vi trovarono solo acqua. Tutti infatti avevano pensato che un solo litro di acqua non si sarebbe notato in mezzo a tanto latte, e che il proprio gesto egoista sarebbe passato inosservato”.

E’ anche questo un monito al senso di responsabilità della comunità internazionale, ma anche ai negoziatori e agli stessi governanti palestinesi, che ognuno versi il suo litro di latte, e che sia veramente latte e non acqua, nella giara della causa comune.

Maria Donata Rinaldi

Gerusalemme, giugno 2011