Port-au-prince. - Le coordinate geografiche più misere dell'intero emisfero occidentale corrispondono con Port-au-Prince, e per un'atroce combinazione astrale, proprio in quel punto ha colpito uno dei peggiori terremoti di sempre nelle Americhe. Fu il 12 gennaio, e sei mesi dopo, con il luglio dopo comincia la temibile stagione delle piogge cicloniche. Durante gli uragani in molte tende non si può dormire, perché l'acqua è alta cinque dita, e alcuni ripari di fortuna saranno spazzati via. E preghiamo che non arrivi un ciclone come si deve...
Ad Haiti mi aggiro nel post mortem d'un terremoto: fra gli ingranaggi degli aiuti che girano. Qualcuno si salva: i più restano schiacciati. All'ecatombe di 300.000 vittime, seguono tanti altri dati terribili: 1.300.000 persone sono ancora senza casa e vivono ammassate in tende di fortuna in ogni angolo della capitale. Altre seicentomila persone hanno lasciato Port-au-Prince per disperdersi altrove. Solo il 25% delle case è "verde", abitabili, mentre un altro 25% è "giallo", inagibili ma recuperabili se riparate, e il 50% sono crollate o da distruggere. Quanto al bilancio dello Stato, da tempo il 90% consiste in aiuto estero, e gli investimenti pubblici sono realizzati al 100% con fondi della comunità internazionale.
Le antiche rogne di Haiti non sono una possibilità di riscatto, di costruire con le ingenti risorse piovute sul'isola - dieci miliardi per dieci anni, di 5,3 per il 2010 e il 2011, di cui 1,67 dall'Europa - quanto questo Stato non aveva: i problemi di sempre sono la mazzata dell'agonia: non si sa da che parte ricominciare. Non vedo un bulldozer per strada, le macerie sono sempre lì. Anche il presidente, ansioso più che altro di sgomberare la Place de la Paix, dove decine di migliaia di sfollati sono ammassati in un campo di fortuna davanti al palazzo presidenziale accartocciato su se stesso, si è per ora rassegnato, e la macerie del potere si specchiano in pochi metri nell'apocalisse della popolazione, le une accanto all'altro.