Passandoci accanto e trovandolo aperto, sono entrato nell’Oratorio di San Martino, a Firenze, per un rapido sguardo al ciclo affrescato sulla vita del santo. Conoscevo già la curiosa storia della confraternita che vi ha sede, che da secoli svolge un lavoro speciale: assistere i “poveri vergognosi”. Sono le famiglie che apparterrebbero a ceti abbienti e che, cadute in disgrazia economica, non se la sentono di esibire la loro povertà e chiedono aiuto con discrezione nella domanda e nel riceverlo. Le funzioni della confraternita erano quasi cadute in disuso, anche perché in epoca moderna, con l’istituto della pensione, il lavoro di entrambi i coniugi e una maggiore stabilità globale, è difficile che una famiglia che ha una posizione si ritrovi d’un colpo nel bisogno dell’elemosina. Invece, ecco che le “limosine per i poveri vergognosi” sono di nuovo in auge.
Ne parlo con un custode membro della confraternita, che conferma che da circa un anno le domande di sovvenzione, prima rarissime (anche perché l’istituzione non amministra grandi somme), si sono fatte molto più frequenti: tutte famiglie che si trovano nel bisogno per l:a crisi e che non desiderano né rivolgersi al Banco Alimentare né che si sappia della loro sopravvenuta indigenza. Ogni quattro mesi la confraternita cambia, dopo attento esame delle richieste che pervengono in via confidenziale, cambia i beneficiari (circa quattro ogni volta), per permettere di soccorrere, almeno per u n po’, un maggior numero di persone. Ecco che la mia breve sosta si è trasformata in una visita di informazione politica, a suo modo. Ma ecco soprattutto grazie alla crisi che un retaggio medievale torna d’attualità, nel cuore di Firenze.
I poveri vergognosi sono solo una minoranza: se andiamo nelle stazioni ferroviarie periferiche (Roma Tiburtina, o Firenze Campo di marte), che sono quelle che spesso mi capita di frequentare nella girandola degli appuntamenti elettorali, l’estensione del “dormitorio di strada” illustra quanto stia crescendo il numero dei senzatetto.
Perché la crisi ha portato nuove povertà e nuove vergogne, dappertutto in Europa, che allargano i perimetri della miseria metropolitana. Le statistiche dicono che una famiglia su cinque non arriva a fine mese, e c’è chi va, con moglie e figli, a vivere nelle baracche.
Così è la povertà; una cosa brutta, dura. Per alcuni è anche la solitudine, con famiglie e amicizie ormai perse alle spalle e con focolai domestici svaniti, ridotti a dormire sul marciapiede, da soli. Altre volte la povertà entra dentro la casa, e mortifica i genitori che non sanno più accontentare anche le più legittime richieste dei figli, la moglie che non sa più inventare per la tavola quotidiana quando tutti si mettono a sedere, per mangiare.
La povertà è sempre esistita, e in parecchi spiegano che sempre esisterà - come una funzione di scarico della nostra ingiusta società. La povertà la si può vivere con dignità, che in essa si nascondono grandi amori e nobiltà.
Ma sono alibi, fra i tanti della politica: mai in campagna elettorale se ne parla, eppure la miseria ha una dimensione europea, e anche lo sradicamento della miseria è un obiettivo che appartiene allo stesso concetto di identità dell’Europa. Per questo ne parlo qui.
Anche perché in realtà esiste una risposta alla povertà: è una questione di organizzazione (studiando quanto fanno ottime istituzioni come Action contre la faim o la Comunità di Sant’Egidio, che hanno logistiche e soluzioni valide anche per un coordinamento e un sostegno pubblico) e di risorse (con l’istituzione di un autentico fondo di aiuto, magari evitando di sperperarne come fatto con i cinque miliardi regalati alla Libia o mille altri sprechi – consapevoli che la lotta alla povertà non è cara). Ma è soprattutto questione europea. Non amo il dibattito sulle “radici cristiane” dell’Europa, che puzza di esclusione verso le nostre minoranze; ma se radici cristiane hanno un senso, allora non possiamo tollerava la povertà che emerge ancora nel XXI secolo e addirittura in crescita.
Al Parlamento Europeo si potrà allora lavorare per il rafforzamento del programma Urban, con un sezione che sia specificatamente dedicata alla lotta alla miseria, fenomeno soprattutto metropolitano. L’Europa deve anche favorire il confronto fra problemi e soluzioni presenti nei vari paesi, spremersi un po’ il cervello per adottare politiche innovative. Se abbiamo le nanotecnologie, possiamo avere le case rifugio e lottare contro gli sprechi di un consumismo squilibrato.
Questo proposito finale di candidato lo devo anche a un incontro iniziale della campagna. Lo scorso aprile mi sono recato per la prima volta alla sede nazionale dell’Italia dei Valori, in via Santa Maria in Via – una sede decorosa e senza sfarzo. All’ingresso, faccio strada a una signora che sta entrando con me. Le apro poi la porta dell’ascensore e chiestole a quale piano scende, capisco che andiamo nello stesso posto, anche perché noto una spilla IdV sulla sua giacca e un borsa di tela sempre col logo IdV. Anche il berretto che ha in testa è dell’IdV. Ma osservandola meglio mi rendo conto che non è una militante qualsiasi: le sue scarpe sono bucate, e dalla borsa spuntano fuori alcuni stracci.
Arrivati al piano, suono e mi aprono la porta. Ma appena vedono chi mi sta accompagnando, un amico del partito le dice, con ferma cortesia: “No signora, non può venire tutti i giorni, Di Pietro non c’è”. Lei, silenziosa fino ad allora, controbatte sicura: “Ma io ho un appuntamento con Di Pietro, devo dirgli cose importantissime! Fatemi passare, devo vederlo!”. ne nasce una discussione che finisce dopo poco, dentro la sede del partito dove viene fatta accomodare. Capisco poi che è una storia vecchia: la signora, una senzatetto del quartiere, ha fatto spesso di queste visite all’IdV, sempre accampando sempre la solita pretesa di dover parlare con Antonio Di Pietro (e una volta ci è anche riuscita). Ogni volta, gli amici che lavorano al partito le hanno dato un caffè o un po’ di gadgets col simbolo dell’IdV (magliette, borse, penne, …) e dopo un po’, rabbonita, lei se ne va, anche con i nostri cortesi saluti.
Dove? E quali ansie vorrebbe comunicare con Di Pietro? Cose le è capitato nella vita per divenire una donna povera e incerta? Quello che so è che in quei frangenti ho visto il quarto mondo europeo dentro una delle sedi del palazzo – che noi vogliamo umano e aperto.
Era il mio primo vero giorno di campagna, mi aspettavo qualcos’altro e invece il mio primo incontro dentro l sede del partito, fu con un emarginato. Fu non solo un richiamo alla crisi, ma anche un monito – che non bastano più le secolari e nobili confraternite. Quanto basta per assumersi un altro impegno europeo.

Di chi si dimentica l'Europa