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Festa di nozze italiana

L’altro giorno, due cari amici si sono sposati. C’è un tempo per tutto, per un “candidato”, e in queste settimane non si transige, e anziché partecipare alle loro nozze me ne sono andato a discutere con i venditori del mercato di Pescia, insieme Riccardo Bolelli, e poi a Carrara a parlare di diritti civili nella bella piazza Alberica di Carrara con Frida Alberti, e dopo ancora in Lunigiana, per un incontro a Terrarossa prima e infine a casa di Germana Cavalli, nel borgo medievale di Filetto, un posto a fate dove, nella sua palazzina trasformata in uno stupefacente percorso di installazioni di arte contemporanea, provocazioni e buon gusto, ci ha preparato (in onore dei candidati alle europee – Cristina Scaletti ed io) un’indimenticabile cena secondo i più rigorosi criteri slow food e chilometro zero (“sottozero”, diceva lei, “qua è tutto del cortile di casa”, compresa una ricotta calda e cremosa che valeva tutto lo sforzo di campagna elettorale). Insomma, non sono restato con le mani in mano, ma per un’altra volta ho mancato a quel doveroso partecipare delle cose importanti della vita di amici o parenti – e di nuovo, chi s’impegna in politica sarà apparso a qualcuno come lontano e indifferente alle cose vere e umane.
Era più o meno già capitato un paio di settimane prima, quando, di corsa per altri appuntamenti con le comunità senegalesi e cinesi a Livorno e poi a Pisa, avevo dovuto ignorare il giorno dei dieci anni del mio matrimonio. Per rimediare, per rendere quell’anniversario comunque presente nella giornata, avevo trovato il modo di parlarne durante gli incontri. E così ho fatto anche per il matrimonio degli amici, soprattutto a Carrara nella discussione sullo stato di “non Europa” della tutela dei diritti civili nel nostro paese. Perché anche in un matrimonio, in una storia di coppia, si racchiudono tante lezioni: il privato si ricongiunge al pubblico, il pubblico è una somma di vicende private; per questo se ne parla qui.

In apparenza, il matrimonio dei miei amici non cambia la loro vita: convivono già da dieci anni, sotto il loro tetto, con responsabilità reciproche assunte consapevolmente e in armonia – una “bella coppia”, si direbbe. Ma la Repubblica Italiana non prevede la loro unione civile, a differenza di qualsiasi altro paese avanzato dell’Unione Europea, e dopo anni si ritrovavano ancora senza tutela di diritti e di doveri. Nessuno ha mai preteso per le coppie di fatto la stessa protezione prevista per quelle sposate, ma l’ipocrisia pubblica italiana ha deciso che esse proprio non esistono. Dopo dieci anni di unione di fatto, per lo Stato erano ancora due amichetti che vivevano sotto lo stesso tetto, a mo’ di due compagni d’università che condividono i costi di un appartamento. Si sa, dalla reversibilità della pensione a un diritto alla visita in un carcere, per le coppie di fatto in Italia non è previsto quasi niente – sulla carta non esistono, sono ignorati. È un’anomalia tutta italiana, che le interminabili beghe su dico, pacs e quant’altro non hanno mai risolto, sotto i governi di tutti i colori. Ma l’anomalia della loro storia non finisce qua, c’è un altro aspetto che sollevo cercando di farlo con tutta la delicatezza del caso. Sposandosi, hanno messo ordine alla totale assenza di tutele del loro status accampando anche la possibilità di avviare il burocratico iter per poter adottare un bambino. Perché nel loro caso l’adozione costituisce la sola possibilità di godere della paternità, che poi è una linfa di vita per ogni coppia. Oggi la fecondazione assistita non è praticabile, e in molti casi non resta che il pellegrinaggio all’estero – a Bruxelles ne vediamo di italiani che vengono, in Belgio come in Spagna, o in Svizzera o in Francia, a far nascere o a morire, rendendoci tutti vergognosi di come per diritti fondamentali come questi (fecondazioni di coppie sterili o morte di pazienti terminali) non resti che l’atavica “emigrazione” che da sempre caratterizza l’italiano, impossibilitato in epoca moderna di avere ragione in patria quanto gli spetta – dal lavoro ai diritti civili.

Anche per il lavoro la Repubblica non li ha certo viziati. Entrambi vivono di un non saldo lavoro autonomo: lei insegna storia dell’arte nella sede italiana di un’università straniera e arrotonda come guida turistica – in un altro paese avrebbe potuto ambire a una docenza e o alla ricerca in un’università nazionale, ma non avendo santi in paradiso in Italia questa è spesso una strada preclusa; lui è consulente per aziende viticole ma non disdegna di fare il cuoco negli agriturismo, se capita (e se la cava magnificamente). Si ritorna all’articolo 1 della Costituzione, ancora intatto nell’enunciato ma intanto cambiato sul campo: la Repubblica è basata sul lavoro - si, ma per tanti su quello precario e quello che disconosce i meriti.
I miei amici hanno comunque una fortuna preziosa dalla loro: hanno ottenuto una casa dai genitori di uno di loro, con i quali si ritrovano sullo stesso pianerottolo, dirimpettai. Senza questo provvidenziale aiuto, forse avrebbero condiviso la sorte di tante coppie italiane, alle prese con l’impossibile equazione di far tornare bassi salari e precariato con il caro casa e il caro affitti. Ancora, dunque, un’anomalia italiana: lo Stato, in tutti questi anni, non è mai riuscito ad affermare il diritto alla casa, e per chi può ci pensano le famiglie. Quanto agli altri…
Entrambi infatti appartengono a quella che un tempo si sarebbe detta la borghesia, ma ormai è più un’appartenenza sociale, storica, che economica; è l’usufruire di un benessere accumulato da generazioni passate che non la produzione di una ricchezza attuale. Si dice sempre, ormai, ed è così: la prospettiva dei figli non è quella di cui beneficiavano i genitori; anzi: per molti la sicurezza economica la si conosce utilizzando i capitali, le rendite, le “scorte” accumulate da altre generazioni. Dietro questa erosione del ceto medio, fanno capolino i fallimenti di mille mancate politiche di sviluppo.

Come viaggio di nozze hanno chiesto a tutti un aiuto per andare in Cile (chissà poi perché il Cile, paese specialissimo, ma le Ande sono più belle in Patagonia e il barocco coloniale e la cultura india tutta un’altra cosa in Bolivia), ma in genere hanno viaggiato poco, preferendo tornare nei soliti amati posti – forse un riflesso di altre cose. Entrambi sono persone solari, sorridenti, simpaticissimi. Ma non sorprenderà che questa coppia di amici ormai felicemente sposati, non fa politica, non è impegnata nel volontariato, non ha una visibile dimensione pubblica o altruistica. Non sono nemmeno sicuro che andranno a votare - e qui si aprono le voragini di altri fallimenti della politica. Forse hanno sviluppato un certo cinismo rassegnato nel vedere altri andare avanti grazie alle solite conoscenze; forse risentono di questa borghesia italiana che in buona parte ha abdicato alla sua vocazione di occuparsi attivamente della società e preferisce riscattarsi con le “relazioni vicine” (gli amici, le vacanze nei soliti luoghi, il proprio orto).

Per tutte queste ragioni la loro vicenda travalica la dimensione privata e mette il dito nelle contraddizioni di una società italiana sempre meno europea - la loro è la storia di tanti. Come lo è il loro buon umore proverbiale. Forse l’unica buona premessa per festeggiare gli sposi anche con una voglia riscatto che prima ancora che sociale e poltica, è culturale.