Nei pressi della spiaggia di Ladispoli sono accampati, in un’ordinata struttura ricettiva, numerosi camper provenienti dal nord Europa. L’estate non è ancora cominciata, e sono già qua. Hanno ragione, la strada è sempre più bella tanto più si avvicina a Ladispoli. Spiaggia splendida, e poi necropoli etrusca vicina, resti romani, borghi antichi. Il mare, dunque, ma nella sua civiltà mediterranea più ricca di storia. Per un turista è una pacchia. Nello stesso ristorante del campeggio, abbiamo una cena come si deve, anche se per il candidato è come al solito frettolosa; basta mangiare gli antipasti misti, e poi una pizza, e una matriciana, e m’immagino la beatitudine del turista belga, o tedesco.
Eppure anche a Ladispoli devo raccontare una storia sgradevole. Avremmo tutto per provvedere ai sogni del turista più esigente, ma non ci riusciamo. Per tutto l’anno tra mari, monti e città d’arte, l’Italia racchiude le sette meraviglie del mondo, e tuttavia l’ano scorso la Spagna ha avuto, in termini assoluti, più presenze turistiche dell’Italia. Non era mai accaduto, ed è un dato paradossale, tanto più che la Spagna è un paese ben più piccolo del nostro, meno centrale geograficamente (circa una giornata in più di viaggio dal nord Europa, due dai paesi dell’est), e poi la Spagna è molto bella, ma l’Italia lo è di più. Però arranchiamo, perdiamo posizioni anche nel turismo, il fondo cassa delle risorse del paese. È un problema? Pare di no: anche su questo ennesimo sorpasso della Spagna sull’Italia, o per meglio dire su questa debolezza italiana, nel paese non si discute, non si apre un dibattito.
Non ci vorrebbe molto a capire un paio di cose, che dall’Europa si vedono chiaramente guardando l’Italia.
1) Le nostre strutture ricettive sono afflitte da una burocrazia mostruosa, che sottrae tempo e denaro agli operatori (e a volte anche ai turisti). Secondo il World Economic Forum la nostra burocrazia è al 114° posto sui 117 paesi a economia industrializzata presi in esame- siamo praticamente ultimi nel mondo – da farne un’emergenza prioritaria. Per uno studio americano, i costo medio per avviare una piccola attività economica n Italia è mediamente di 3850 dollari, mentre in Francia è di 305, e in Danimarca di 0 dollari. Abbiam numero di richieste da cfoippioere e giorni necessari all’espletamento delle pratiche che ci collocano all’ultimo posto in Europa. Le ore medie trascorse da un italiano ogni anno per espletare pratiche amministrative sono 190 (attenzione: esattamente il doppio, 380, se si è immigrati), ovvero una mezz’ora al giorno. In quest modo, riavrà voglia ad aspettare la fine della crisi, che quando sarà passata, le deficienze strutturali del paese ci affliggeranno ancora , aumentando anche di più il distacco con gli altri paesi.
2) La promozione e il marketing turistico sono concetti confusi in Italia. Chi se ne occupa? Tutti, dunque nessuno: aziende turistiche, associazioni di categorie, comuni, province, comunità montane, regioni – ognuno fa la sua campagna pubblicitaria, ma spesso e volentieri le informazioni che servono al tursita (orari d’apertura, indirizzi) mancano, mentre siamo ancora dei dilettanti nell’integrare le varie proposte (vendite di prodotti tipici e percorsi culturali, cure termali abbinate a serate all’opera, ricreazioni per bambini e spiagge che non siano solo contenitori di ombrelloni).
3) Se la Spagna ha superato l’Italia, se la Francia è ben davanti a noi, è anche perché questi paesi hanno fatto mambassa e ottimo uso dei fondi europei a disposizione, risorse che hanno migliorato la promozione, le infrastrutture, le capacità ricettive, le sostenibilità e riconversioni eco-compatibili, l’inventiva di cooperazioni transfontaliere. Invece in molti casi circa il 70% delle risorse europee disponibili per l’Italia vengono lasciate inutilizzate – dunque divengono risorse in più per gli altri paesi europei (e non gli par vero).
Con queste tre zavorre – burocrazia, confusione dei ruoli, incapacità a intercettare i fondi europei – il turismo italiano andrà poco lontano, i paesaggi bucolici e la buona tavola non basteranno.
Andiamo avanti. A Civitavecchia approfondisco la conoscenza di un porto che è cresciuto in modo formidabile, una bella storia. Ma avverto una cesura tra il movimento dei moli, dove transitano passeggeri da ogni dove, e un entroterra (e forse già una città) che in gran parte ne sono tagliati fuori. I turisti arrivano, s’imbarcano, scendono, proseguono altrove “passano”, ma spesso per non dire sempre ignorano Civitavecchia e ancora di più il suo territorio, una costa priva di volgarità e un interno ricco di verde ondulato e di storia che annuncia già la purezza del cuore dell’Etruria. Non è un problema solo di qui, un po’ ovunque in Europa i porti non hanno una ricaduta sufficiente sui territori dell’entroterra, spesso tagliati fuori e ignorati; per questo i fondi di coesione regionale aiutano i progetti che valorizzano le aree costiere interne. Tra gli esempi di utilizzazioni di successo, ci sono storie in Gran Bretagna, Belgio, spagna, Portogallo, Romania, e molte altre ancora. Un solo riferimento per l’Italia, un progetto per una cooperazione fra Marche e costa croata – un po’ poco, ma è una storia che conosco bene. Ne discuto con un imprenditore, che ha le idee chiare: aprire un parco ambientale, dove vi siano attrazioni per famiglie, possibilità di pernottamento, strutture di acquisto dei prodotti locali. Chi parte in crociera, chi si ferma a Civitavecchia, con poco più di un paio d’ore potrebbe aggiungere una visita in più al suo percorso, con una veloce ma piacevole immersione nella campagna laziale e portandosi a casa un po’ di buon vino, olio, formaggi tipici e altre leccornie che magari vengono acquistate a dieci volte il prezzo giusto in qualche duty free aeroportuale. Ecco il classico caso che, se ben sostenuto dalle amministrazioni locali, ha tutti i requisiti per beneficiare di fondi europei. Ci lavoreremo.
Anche a Firenze incontro, insieme a Carlo Gattai, candidato al consiglio comunale e responsabile nazionale IdV per le politiche turistiche, alcuni rappresentanti delle categorie del turismo di Firenze, per confrontare i programmi e sottolineare la necessità di una forte relazione fra politiche cittadine e opportunità europee nel settore. A Firenze si vive all’ombra degli Uffizi, poi non c’è niente di nuovo: mancano un museo interattivo sul Rinascimento, un’istituzione dedicata a Pinocchio che i bimbi di tutto il mondo conoscono, una fiera degna di questo nome, un aeroporto che gestito e promosso insieme a quello di Pisa. Propongo anche aprire un centro di promozione e vendita diretta dei prodotti gastronomici tipici della Toscana, sulla base dello straordinario successo ottenuto da Eat Italy a Torino, divenuto tappa obbligata di ogni turista nel capoluogo piemontese e oggetto di studio da tutta Europa. Questa sorta di “Outlet” del territorio, ispirato ai rigorosi criteri dello Slow Food, costituirebbe a Firenze un catalizzatore delle produzioni tipiche, con opportunità di acquisto e di ristorazione sul posto. Una struttura dove proporre trattorie tematiche e vendita di prodotti gastronomici e anche artigianali che da sempre rappresentano una delle principali ragioni di acquisto dei turisti, e un’ottima connessione tra la città e il suo entroterra per valorizzare il lavoro di decine se no centinaia di cooperative agricole e laboratori artigianali. Anche in questo caso, i fondi europei aiuterebbero.
Ladispoli, Civitavecchia, Firenze, casi diversi e vicinissimi, e parte della stessa storia: quanto è bella l’Italia, quanti turisti ci vengono, ma anche quanto ancora di potrebbe fare. Come candidato insisto sempre sulla necessità di mettere online in un sito unico tutte le possibilità di finanziamento europee e di organizzare brevi corsi di formazione sulla loro gestione per amministratori locali, quadri di partito e rappresentanti di categoria – punti precisi del mio personale programma. Con un po’ di organizzazione e di diffusione trasparente delle informazioni si può fare davvero molto. Ma aggiungo anche quello che non si deve fare: favorire finanziamenti che servano a inutili campagne pubblicitarie, i soliti convegni, o addirittura a organizzare a Bruxelles banchetti di prodotti tipici, tanto per dire di fare promozione “in Europa”, quando ne approfittano solo pochi deputati e molti funzionari – un’abitudine sconosciuta agli altri paesi europei ma tipica di alcune amministrazioni italiane. Niente di più triste che spendere i soldi dove si sono presi.

Il turismo e i fondi europei: una storia delle occasioni perse