Si stima che, nel 2030, il 70% della popolazione mondiale vivrà in agglomerati urbani. Questo avrà un peso notevole sugli approvvigionamenti alimentari, dal momento che la città consuma cibo, ma non lo produce e che, attualmente, la domanda di beni alimentari è già due volte superiore alla loro produzione. A peggiorare la situazione c’è che le diete, col passare del tempo, si assomiglieranno sempre più. In effetti, con l’aumento del benessere economico, le famiglie aumentano il consumo di carne, il che a sua volta porta a un aumento nel consumo di altri prodotti, come i cereali, che servono a nutrire gli animali. Si calcola che, se non cambieremo le nostre abitudini, tra poche decine d'anni, avremo bisogno di 6 pianeti per sfamarci.
Per non parlare della delocalizzazione delle produzioni, che comporta un aumento della disoccupazione nei nostri paesi e delle emissioni climalteranti dovute al maggior numero di chilometri percorsi dai nostri alimenti. Ad esempio, solo un pasto a base di carne rossa, se il trasporto avviene via terra, provoca 4,63 Kg di Co2.
Se invece il trasporto primario avviene anche via aerea, allora l'impatto del pasto è pari a 6,91 Kg di Co2. Ovviamente il problema riguarda anche altri settori, come la pesca. Ad esempio è stato dimostrato che, se praticata su larga scala, la pesca non è sostenibile. Questo tipo di pesca, infatti, consuma una quantità di carburante 7 volte maggiore e, scaricandone nel mare dagli 8 ai 12 milioni di tonnellate, uccide ogni anno 35 milioni di pesci, rispetto alla pesca su scala ridotta, per avere identiche quantità di pesce.
È dunque necessario aumentare la produzione futura, stando però attenti all'inquinamento e agli sprechi, varabili interdipendenti. Si pensi, ad esempio, allo spreco delle mense scolastiche, che mettono a disposizione ogni giorno 600 gr di cibo per alunno, 300 dei quali sistematicamente vanno a finire nei rifiuti. Più in generale, l'Italia, nel 2010, con la ristorazione collettiva ha sprecato 920 milioni di pasti, terza dopo il Regno Unito e la Francia.
A questo punto non possiamo più rimanere a guardare: la politica deve accompagnare i processi educativi delle persone di fronte alla domanda crescente delle risorse rispetto alla produzione e deve riorganizzare i fattori produttivi e le piattaforme imprenditoriali che supportano tutto questo.
In Italia ci sono 80.000 dipendenti nella ristorazione collettiva in 1.300 aziende, e non c'è una minima logica produttiva.
Colgo quindi con piacere l'aiuto dell'iniziativa Eating City, tramite il consorzio RISTECO. Essa ha proposto, in merito alla filiera della ristorazione collettiva pubblica, l'idea di creare un'agenzia territoriale, istituzioni provinciali e regionali, per monitorare tutti i flussi agro-alimentari, per gestire gli appalti pubblici, che oggi sono gestiti da soggetti diversi, che non hanno una visione sistemica di tutti questi servizi all'interno di una città-territorio, e che sappiano proiettare politiche di risparmio nei comuni a livello europeo tramite esperti che riescono a farlo. In questo modo inizieremo a far fronte a un problema che in poche decine d'anni potrebbe diventare irreparabile.

L'uomo è ciò che mangia