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ARTICOLO SUL KUWAIT

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ARTICOLO SUL KUWAIT
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Kuwait City. - Se c'è paese che non prova troppa compassione per le stragi di civili in Iraq, è il vicino Kuwait. Costà i sette mesi di occupazione irachena hanno lasciato una traccia profonda, incrostando uno strato di risentimento ancora palpabile mentre ci si aggira fra strade perfettamente pulite, moderne, efficienti, e un tantino amorfe. Dall'alto dei grattacieli, o dal dentro dei negozietti del nuovo bazar, non si ha voglia di fare sconti all'antico nemico - oggi prostrato e straziato come forse nessun altro al mondo, ma pur sempre colpevole. Di cosa? Di almeno due macchie, che il Kuwait, paese piccolo ma Paperon de' Paperoni, rinfaccia rispettando i ruoli dati dalla geografia e dalla storia. Primus, non si può non dico amare, ma nemmeno solidarizzare con un gigante vicino di casa, che anziché intessere relazioni amichevoli appena ha potuto ha voluto farsi un boccone del Kuwait, senza che nessuno - mi ricorda un uomo d'affari del posto - abbia levato una voce di protesta a Baghdad: "Erano tutti d'accordo di farci la pelle, in Iraq, anche chi aveva tendenze più democratiche". E proprio non va giù che dopo l'invasione Saddam Hussein non abbia nemmeno imposto un governo kuwaitiano fantoccio, salvaguardando un'indipendenza formale, ma sia andato per le spicce - con l'annessione e la trasformazione d'uno stato sovrano in "provincia". "Nemmeno Hitler ebbe altrettanta spudoratezza con l'Italia nel '43".

Secundum, oltre alla diffidenza genetica del piccolo verso il grande, striscia ancora oggi la puzza sotto il naso del ricco verso lo straccione. Il Kuwait sfoggia sicuro la sua prosperità, il suo petrolio, le sue banche, le sue autostrade nel deserto e che dei soldati pezzenti abbiano vandalizzato alcuni segni del prestigio kuwaitiano, è affronto insopportabile. Ancora oggi nella principale delle Torre Kuwait sono esposte, con eloquenti didascalie, fotografie dei misfatti che l'esercito irakeno compì selvaggiamente su uno dei simboli del paese, con la classica vigliaccheria del più forte geloso del benessere altrui. E i comandi irakeni furono vigliacchi - devastando, ammazzando i notabili, mortificando tutti, avvelenando con l'irresponsabile e apocalittico incendio dei pozzi di petrolio.

Dunque, a risentirsene, c'è di che. Con la complicazione che il Kuwait riscosse una dubbia solidarietà internazionale: la sua invasione fu condannata e scatenò una grande guerra, e il paese fu liberato e restaurato nella sua sovranità. Eppure, anche costà sanno che il "mondo" tanta simpatia vera, tanta solidarietà umana, verso il Kuwait non l'ha mai manifestata. "Avete tutti mandato i bombardieri per liberarci, ma per liberarci, da voi nessuno è sceso in piazza". Si capisce: più che salvare il piccolo miliardario, importava punire il pazzo dittatore irakeno.

Ma la ferita aperta di questa memoria gratta anche altrove, su altre corde del Kuwait: l'epica di una brutta avventura contribuisce a riempire il vuoto di un paese annoiato, perso nella sua indolenza. Società ancora tradizionalista, ricco sfondato, nel torrido clima del deserto arabico, il Kuwait ha troppi legacci conservatori, troppa aria condizionata d'ogni genere, per lanciarsi nelle avventure pirotecniche di Dubai. Altro che gran premi di formula uno o arditi primati ingegneristici, qui non si vedono distretti dell'oro e un porto indaffarato, e nemmeno si aprono sfarzosi centri culturali, e perfino all'esemplare mercato del pesce regna l'ordine sull'agitazione, mentre i bengalesi bottegai offrono un po' d'artigianato senza gloria - qui ci sono soldi, si sta bene, ma si spende e ci si diverte andando a sperperare patrimoni all'estero.