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ARTICOLO SUL BURUNDI E COOPERAZIONE

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ARTICOLO SUL BURUNDI E COOPERAZIONE
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Il lago Tanganica, a Bujumbura, offre un piccolo esempio di quello che non é propriamente cooperazione, ma mutuo interesse. Un albergo - proprietario napoletano, audace nell'investire in questo paese laddove si massacravano gli uni contro gli altri e con quell'ottimismo incosciente di chi scommette se non nella pace almeno nella pacificazione - ha realizzato una casa accogliente ed equilibrata, intorno alla quale ruotano tanti locali, che ci vengono a cantare con voci soavissime, a lavorare, a divertirsi sulla spiaggia.

Proprio qui, ai margini di un incontro di parlamentari europei e africani liberal-democratici, ho appreso qualcosa in più sulle nuove frontiere della cooperazione, conoscendo brevemente alcuni oculisti italiani che a turno si recano in Burundi due volte l'anno per intervenire nelle zone rurali del paese.

Non cooperanti di professione, ma professionisti degli occhi che sentono di fare la cosa giusta a dedicare venti giorni del loro lavoro dove altrimenti nessuno opererebbe di cataratta.

Dall'altra parte della città, ancora un italiano, un sacerdote che é una centrale di energia, anima e dirige- le due funzioni sono complementari- centro Kamenge, che da una scossa di vita ed educazione a un'intera periferia urbana. Risultati incredibili: oltre quarantamila iscritti, una politica attiva per attrarre anche le ragazze, molti sport, biblioteca aperta fino a sera tardi, corsi di cultura generale, di lingue, d'informatica, di mestieri vari.

Kamenge era il cuore di tenebra di quella città definita da un libro "Bujumbura la città dell'odio", dove le bande rivali di Tutsi e Hutu si divertivano ammazzando, ammazzando, ammazzando a migliaia, come se quel sangue fosse il loro sport adolescenziale.

Tre strade diverse. L'imprenditore italiano che crea occupazione durevole con il suo progetto di turismo ecosostenibile sul lago, generando quel poco di turismo che in Burundi é vita. Gli oculisti che interpretano con generosità la loro voglia di Africa, di stare insieme e di stare per gli altri, a margine del loro lavoro in Italia. Il militante che presiede il posto più difficile, e trasforma il fuoco delle armi in calore di vita.

Ce n'é abbastanza per non credere al tramonto della cooperazione.

Anzi, sono ripartito da Bujumbura come assistendo a un'alba. Purché anziché sfogarsi con le solite geremiadi, si colgano le nuove sfide della cooperazione, sempre più vaso di coccio tra un dialogo politico nord-sud fatto di sfide globali (l'enfasi della lotta al "terrore"- sì, con virgolette visto l'abuso enorme del termine - i cambi climatici, le migrazioni) e la politica commerciale che é sempre più la vera politica estera nord-sud, senza demonizzazioni, please.

Nessuna demotivazione, soprattutto, anche se in giro se ne trovano di professionisti della cooperazione che si sentono gli ultimi combattenti giapponesi alle prese con un mondo che spesso non capiamo più, baluardi di nostalgie che ormai non aiutano nessuno.

Piuttosto, per scacciare l'angelo del "requiem", offro cinque spunti propositivi, arnesi non esaustivi - tutt'altro, sia chiaro - per sfangare e riprendere un cammino che non é certo in questo mondo di diseguaglianze che conoscerà la sua fine.