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ARTICOLO SU NEPAL, SRI LANKA & BIOGAS

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ARTICOLO SU NEPAL, SRI LANKA & BIOGAS
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Il tetto del mondo è sempre più un terrazzino; fino a qualche anno fa sulla vetta dell'Everest si potevano raccogliere fino a una cinquantina di alpinisti, oggi al massimo vi si stringerebbero in una ventina. È il sole, il caldo, e mentre gli uomini discutono di cambi climatici il ghiaccio se ne va, i fiumi s'ingrossano, al punto che al Campo 2, sul cammino della vetta, ormai c'è un corso d'acqua, una novità da quelle parti, a quelle altezze.

Un disastro, o un contrappunto, misura difensiva della montagna per sbarazzarsi delle folle invadenti - ormai anche a tredici anni si sale sull'Everest, come è accaduto a maggio, e presto sarà la volta di un centenario che sale sull'Everest, di una donna incinta, di una donna che sulla vetta partorisce, tutti tirati su, facile, e tutti storditi dal senza senso di questo mondo di primati aiutati da ogni genere di apparecchiature, dove l'affanno dell'altitudine è poca cosa rispetto all'ansia di battere il nuovo, stravagante record di salita - salire e scendere sull"Everest in ventiquattro'ore? Saltellando su una gamba sola? Coi pattini?

Che la montagna sciogliendosi si ritiri allora, che renda meno saldo il passo dell'alpinista (i ramponi tengono meno sul ghiaccio molliccio), crudele tentativo di riequilibrare la presenza dell'uomo, moderando la densità di alpinisti per metro quadro. Tanto del cambio climatico e del disfacimento dei ghiacciai a farne le spese non sono i turisti alpinisti, sono gli indigeni montanari e anche di più i valligiani, e ancora più lontano, perfino i pescatori dell'Oceano Indiano. Il catalogo è questo: ghiacciai che diminuiscono, laghi che si formano in alta quota e tracimano, colture che se vanno per il troppo caldo, inondazioni delle valli, abbandono della montagna e ulteriore urbanizzazione, corsi d'acqua che arrivano nelle lontane e calde pianure costiere. Un patto millenario tra uomo e natura viene tradito. Tutto muta, e si trascina dal basso verso l'alto, col comportamento delle società delle pianure e delle coste che affligge le comunità di montagna, e dall'alto verso il basso, con la ricaduta puntuale e inesorabile d'ogni singolo detrito del ghiaccio sciolto, pietra rotolante che diventa frana, palla di neve che si fa valanga.

Si legge Himalaya, si pronuncia Bangladesh - o viceversa. Il 70% dell'acqua del Bangladesh viene dal Nepal attraverso l'India e l'80% di essa cade in tre mesi. Ma quando cade? Per secoli nella stagione delle piogge, oggi nessuno ne è più sicuro. Nel Sogno d'una notte di mezza estate di Shakespeare, la lotta tra la Regina della Notte Titania, e il Re delle Foreste, Oberon sconvolge tutte le stagioni, e nella confusione tra tempo e natura il calendario viene stravolto, portando il pericolo massimo del disordine nei precari equilibri degli uomini e della natura. Così anche in Nepal, dove i monsoni ormai cambiano le carte in tavola, giocano d'anticipo o arrivano in ritardo, e con loro le piogge, i raccolti, la semina diventa un azzardo, e il panem noster quotidianum si fa conquista sempre più difficile.

Tuttavia le montagne conoscono la strada per tornare ai loro misteri. Con l'era dell'alpinismo nazionalistico prima e industriale poi, la montagna pareva imbrigliata e strumentalizzata, ora tutto cambia di nuovo. Eppure la montagna - alta e benedizione, tentazione e inaccessibile e per questo divina - è al pari di oceani abissali e deserti di sabbia la misura di quanto piccolo sia l'uomo, della sua vanità, e dell'incommensurabile forza della natura. Forza, ergo energia.

Pare quasi che la montagna - blocchi mastodontici eppure vivi, apparenza fissa e invece mobili - risponda all'aggressione dei cambi climatici non solo con inondazioni, frane e altri sconquassi, ma pure con la sua offerta di energia.

Idroelettrica con bacini e cascate, eolica d'alta quota, solare da ghiacciai: l'Himalaya in Nepal, le Alpi in Europa, eccetera, sono gemme di potenza ancora poco utilizzate. Basta investire e assicurare alle popolazioni locali la giusta partecipazione nelle decisioni, nella gestione e nel guadagno. La remota montagna diventerebbe la miniera del'oro - un oro bianco e pulito, che ha bisogno di capitali iniziali e che, con dighe e pale in alcuni siti altererebbe il paesaggio tanto da richiedere somma cautela, ma pur sempre un oro pulito, potente, e con quel biglietto da visita che oggi permette l'ingresso nel futuro: "rinnovabile".