Nelle cinque settimane che intercorrono tra il giorno del voto e quello dell’insediamento, il neo –eletto cosa fa? S’invola per i Caraibi per riposarsi? Si tuffa nel calcolare i costi della campagna elettorale e i benefici del conquistato status di euro-deputato? Festeggia a più non posso? Sta lì frenetico a scalpitare finché non viene proclamato ufficialmente? Comincia a guardare tutti dall’alto al basso e ad aspettarsi che i vecchi amici comincino a chiamarlo “onorevole”?
E l’elettore, il cittadino che fino al 7 giugno è stato bombardato d sollecitazioni e contatti, respira un po’ finalmente lasciato in pace e soddisfatto per il risultato della propria lista? Comincia a chiedersi se ne valeva la pena partecipare al circo delle elezioni? Si pente del voto espresso?
Chi mi abbia votato avrà legittimamente potuto chiedersi per quale ragione dopo settimane e settimane di discussioni su face book e d'interventi e comunicazione sul mio sito, sia calato una sorta di silenzio. Ma non sono andato ai Caraibi, sono arrivato a Bruxelles il 9 giugno e ci sono più o meno restato sempre con frequenti incontri in Italia; ho fatto in fretta a calcolare i costi della mia campagna elettorale (una cifra irrisoria, inconfessabile), mentre sui privilegi del deputato tornerò poi con un’informazione trasparente; non ho avuto il tempo di festeggiare davvero con nessuno e sopratutto diffido del titolo di “onorevole” che è un’altra anomalia, questa di stampo feudale, italiana – altrove i deputati sono “signore” e “signora”.
Le cose invece sono andate così
1: Europa come arte del negoziato.
Un parlamento europeo non si riapre con nuovi numeri in due piedi. Alla sua inaugurazione tutto deve essere più o meno pronto – costituzione dei gruppi politici, ripartizione delle posizioni di responsabilità, incarichi nelle commissioni, primi atti politici rilevanti, ecc – e il tutto avviene in un negoziato complicatissimo, che dura settimane e che è svolto da alti funzionari e da un ristretto numero di parlamentari nominati capi-delegazione dai rispettivi partiti. Antonio Di Pietro ha subito convocato, all'indomani del voto, una riunione degli eletti dell'IdV a Roma. In buona parte ci siamo conosciuti in quell'occasione per la prima volta, avendo fatto campagna elettorale in collegi diversi e su tavoli separati. La nostra è una delegazione di sette persone, ognuno con la sua storia e il suo potenziale da valorizzare in Europa. La lista dell'IdV, ha insistito Di Pietro in campagna elettorale, è, ancorché ancorata a un programma europeo che è stato uno dei pochi presentati agli elettori, una lista che si presenta attraverso la storia dei suoi candidati, volti e percorsi di vita che devono rappresentare l'Italia migliore, l'altra Italia come l'avrebbe definita Spadolini. Ma abbiamo, e l'ho fatto presente sia nella prima riunione dell'ADLE che all'esecutivo nazionale dell'IdV, una pecca: una sola eletta, Sonia Alfano, su sette deputati; eppure le candidate non mancavano, anzi, ma il gioco delle preferenze ne ha premiata una sola.
La prima decisione che ci spettava era quella di nominare un capodelegazione, e la scelta è finita su di me - un onore, ma soprattutto un onere che ha reso le settimane di campagna elettorale una scampagnata con merenda rispetto a quelle successive all'elezione. Perché già dal 9 giugno ho dovuto riprendere il mio lavoro di segretario generale aggiunto (l'aspettativa era terminata con la campagna elettorale e può riprendere solo con la proclamazione come parlamentare avvenuta il 14 luglio) abbinandolo appunto a quello di capo-delegazione, coinvolto da subito nella folta selva dei negoziati pre-costitutiva.
Si tratta in primis di creare i gruppi politici, compreso il nuovo gruppo conservatore che insieme a quello degli euro-scettici rafforza il fronte della destra europea uscito vincitore dalle elezioni. Sono anche terminati i tormenti del PD, che alla fine ha confermato quanto si sapeva da tempo ma in campagna elettorale non si è voluto dire, ed è di fatto confluito nella famiglia socialista (tra l’altro la vera sconfitta di queste elezioni, una vera batosta) ottenendo, a mio avviso, poco di più di un cambio di nome del gruppo.
Mentre non c’era niente da decidere per l’IdV, da sempre parte dell’ADLE (gruppo parlamentare) e dell’ELDR (partito europeo), ovvero la famiglia laica, liberal-democratica, riformista. Ma anche in seno l’ADLE c’era da cambiare il Presidente, dopo i sette anni e mezzo di un amico quale Graham Watson. A differenza di quanto accaduto nel PPE e nel PSE, nell’ADLE c’erano due candidati e una vera campagna elettorale interna. Investito del problema, il comitato di presidenza dell’IdV ha scelto un percorso di decisione trasparente, incaricando Leoluca Orlando di recarsi a Bruxelles per incontrare i due candidati, per poi valutare insieme i rispettivi impegni e profili e scegliere. È stato un comportamento lineare e apprezzato, e alla fine, abbiamo sostenuto Guy Verhofstadt, che per dieci anni è stato primo ministro belga in coalizione con i socialisti, un periodo nel quale il Belgio ne ha conosciute di riforme ed è stato un campione di un'Europa federale. L’altra candidata era Diana Wallis, britannica, vicepresidente del PE responsabile, tra l’altro, del nuovo statuto dei parlamentari europei che ha decurtato il salario di quelli italiani allineandoli agli altri.
In Italia non se n’è parlato, ma una delle varie questioni che abbiamo dovuto affrontare in queste settimane di negoziati, è stata la sorprendente richiesta della Lega Nord di aderire all’ADLE. Borghezio tra i liberal-democratici, paladini tra l’altro della difesa dei diritti della persona, immigrati compresi?! Va da sé che la domanda, discussa in una riunione a Bristol è stata subito bocciata, ma essa era stata presentata in buona fede, segno che nella Lega si stenta a capire la percezione chiara e netta che il resto dell’Europa ha di questo partito, inteso come portatore di un’idea dell’Europa basata su scelte di esclusione e non di inclusione (la bocciatura durante la sessione plenaria inaugurale di Speroni al posto di questore è stata un’altra conferma dell’ostilità, anche in settori del PPE,verso i leghisti, che presentandosi a Strasburgo con i propositi di un Borghezio rendono un pessimo servizio al paese e ai loro stessi elettori). Comunque la storia è finita così: la Lega ha aderito al gruppo degli euro-scettici, una scelta radicalmente contrapposta a quella dell’ADLE...
Parallelamente al percorso di costituzione dei gruppi, si sono gradualmente intensificati i negoziati per la ripartizione degli incarichi. Negoziati tra venticinque delegazioni di diciannove paesi dentro l’ADLE, e poi, una volta consolidata la posizione del gruppo, tra i vari gruppi, con variabili di ogni tipo (paesi piccoli versus paesi grandi, paesi del nord e paesi del sud, paesi nuovi e paesi vecchi, e ancora). Come Italia dei Valori, con sette deputati, c’era da provare a ottenere un incarico istituzionale di alto profilo. Ma non era semplice,perché l’obiezione scontata era: ma siete praticamente tutti al primo mandato in Europa, che esperienza potete accampare, quali garanzie? Obiezione anche legittima, mal’IdV deve dimostrarsi forza di governo, non solo di opposizione dura, e dunque abbiamo insistito, giocando la carta più difficile: chiedere la presidenza della commissione dei controlli di bilanci (responsabile anche per la lotta contro le frodi) per Luigi De Magistris. È stato un percorso a ostacoli, un negoziato a lungo tenuto nel riserbo, perché si potrà facilmente immaginare che ottenere per Luigi in Europa ciò che in altre forme gli è stato negato in Italia, e ottenere a Bruxelles una presidenza di commissione di garanzia e controllo che a Montecitorio si è voluto sottrarre a Leoluca Orlando e all’IdV, è una prospettiva che da fastidio a molti.
Oggi possiamo festeggiare. Lunedì 20 Luigi è stato finalmente eletto alla presidenza della Cocobu, nonostante la richiesta di un voto segreto da parte del PPE – del tutto atipica, tanto che è stata l’unica commissione insediatasi senza la consueta decisione per acclamazione. Ma in Europa opporsi apertamente a un ex giudice che ha indagato su alcune delle malversazioni italiane, sarebbe stato un boomerang per chi ci avesse provato davvero. Tutta l'opposizione in Italia deve capire quanto ho sostenuto in campagna elettorale, ovvero che l'Europa offre un terreno più propizio per rimediare alle anomalie del paese.
L'elezione di De Magistris non sarebbe stata possibile in assenza di un sostegno di tutta l'ADLE, che sul suo nome ha fatto quadrato nonostante le richieste che pervenivano a cambiare candidato. Del resto, una delle tante lezioni europee è che un percorso,costà, non può mai essere solitario. L'Europa è fatta per incontrarsi, per sostenere le battaglie degli altri e farsi aiutare in nome di valori comuni, altrimenti sarebbe solo presunzione e sterilità.
Dell'ADLE sono stato eletto vice-presidente (uno dei cinque - si sa, le cariche in politiche sono come i funghi, quando spuntano ne spuntano tante), e Verhofstadt mi ha assegnato il compito di preparare il mandato di un ristretto ufficio di presidenza e del suo funzionamento.
2: L'organizzazione o non si va da nessuna parte
In queste settimane si è anche lavorato per la costituzione degli uffici parlamentari, applicando per la prima volta un nuovo statuto europeo che dovrebbe finalmente mettere al bando abusi e malcostume del passato (contratti in parte fasulli, assunzioni di parenti, coperture fiscali e sociali inadeguate). Tuttavia la legislazione italiana è talmente complicata e anomala che su ventisette paesi siamo l'unico nel quale pare difficile l'applicazione di assistenti parlamentari basati nel collegio elettorale, al punto che dei chiarimenti interpretativi sono ancora in corso, con grane dispendio di tempo, e che sta ritardando assunzioni e avvio dell'attività sul territorio.
La vita è complicata, dunque. Anche nella scelta dei collaboratori. Avevo optato, forse quasi l'unico tra gli eletti italiani, per una procedura trasparente, pubblicando sul sito un avviso che indicava i requisiti per i due assistenti a Bruxelles con la scadenza per la presentazione di curricula e di un piano di lavoro per saggiare le capacità di auto-organizzazione dei candidati.
In tanti hanno scritto dopo la scadenza del termine, che era al 20 giugno, ma anche senza aver preso visione dell'avviso, ovvero senza nemmeno aver consultato il sito della persona alla quale ci si propone come assistente. L'inaspettato incarico di capo-delegazione ha ritardato la selezione, ma conto, appena completata la struttura e chiariti i dubbi per l'assunzione degli assistenti destinati al territorio, di presentarla nel sito. I colloqui, avuti con oltre una dozzina di candidati selezionati sulla base dei curricula migliori, sono stati una bella lezione di umanità: giovani motivati e competenti, pieni d'entusiasmo, tanto da rendere difficile la selezione.
Per i curiosi di queste cose, preciso che le domande che erano rivolte durante il colloquio erano più o meno le seguenti: analisi della situazione economica e sociale di un posto come Fano, o Scandicci, o Fondi, eccetera (per capire la conoscenza del collegio elettorale); valutazione di un intervento a scelta del "viaggio in Italia centrale" pubblicato sul mio sito (per verificare quanto si sappia dell'eletto e della sua campagna elettorale); consigli sui fondi europei più appropriati da utilizzare in una determinata situazione; eventualmente richiesta di delucidazioni sull'applicazione di alcune norme dello statuto europeo degli assistenti parlamentari; un libro da consigliare per capire gli umori dell'Europa - che fosse uno di storia, di poesia un classico, un saggio o di gastronomia o altro; una proposta per un film da mostrare a dei deputati dell'estremo Oriente in visita a Bruxelles per illustrargli il quadro attuale della società europea; e altre domande mirate a valutare la conoscenza dei requisiti richiesti nell'avviso e la personalità del candidato. Aggiungo che è stata premura rispondere a tutti coloro che hanno scritto, salvo umani errori.
3. Il gran ballo di inizio.
Non ho molto da dire sulla seduta inaugurale di Strasburgo. Mi sono presentato nelle condizioni meno ortodosse: bagnato per la pioggia essendo arrivato al parlamento dall’albergo in bicicletta (su una mia certa avversione verso le auto di servizio e il loro abuso parlerò un’altra volta), e con un bottone della camicia saltato che con la mia ex-segretaria non siamo riusciti a riattaccare subito per via di un ago impossibile. Ma se c’era chi s’era vestito a festa per marcare la giornata o seguito i propri riti scaramantici, anch'io avevo scelto due piccoli segni per l’avvio della legislatura:
- una cravatta rossa, che è il colore della mia scuola politica, repubblicana;
- un libro da leggermi nei brevi momenti di intervallo tra un voto e l’altro, che mi è parso un monito all’attenzione ma anche un invito all’ironia indispensabile per sopravvivere con un po’ di salute mentale alla legislatura: “Il libro degli errori” (vedi fotografia), che non è un trattato di filosofia cinese né un bignami dello studente perfetto, ma un gioiello di Gianni Rodari, un insieme di storielline e filastrocche ricche di consigli e buon umore anche per i grandi. L’ho preso in prestito dalle mie figlie, ma mi è talmente piaciuto che non glie lo restituirò facilmente, gli darò in cambio un trattato sulla costituzione europea.
Alla seduta inaugurale siamo stati tutti sollecitati chi più chi meno dai giornalisti. Costanti due domande rivolte: che ne pensa dell’appello di Napolitano al dialogo? Che ne dice delle veline inviate da Berlusconi in Europa?
Risposte: sul dialogo porte aperte a tutti nel nostro lavoro al Parlamento Europeo, e in effetti abbiamo subito creato le condizioni di buoni rapporti con gli altri capi-delegazione italiani, ma a Bruxelles C'è soprattutto da lavorare seriamente, non da dialogare tanto per dialogare, o tantomeno da fare polemiche sterili. Sulle veline, bocca cucita, non mi piacciono le etichette affibbiate a priori a nessuno, anche se molti, soprattutto i non italiani e anche dentro il PPE, sorridono, altroché, e rinnovano gli stereotipi sulla politica italiana. Ognuno varrà quel che saprà, e si vedrà. Ho solo avuto un brevissimo abbocco con una giovane, e bella, eletta del PDL, per qualche fotografia che dovevamo farci insieme per conto di un giornale, e certo ho notato una certa propensione a saper “gestire” con piglio autorevole un fotografo – diciamo così. E guai a fare del parlamento luogo di pettegolezzi e punzecchiature, non ci caschiamo.
Ci sarebbe, e poco si è fatto, da raccontare delle prime scelte del Parlamento, tutt’altro che banali.
Il Consiglio, ovvero i governi europei, avevano confezionato per la prima seduta inaugurale, un voto di fiducia del nuovo parlamento per il candidato designato alla presidenza della Commissione, il riconfermato Barroso. Ma a molti, soprattutto a noi federalisti – torniamo a parlare di federalismo in Europa ad alta voce – questa scelta non piace, perché la Commissione Barroso ha patito in questi cinque anni di due forti lacune:
- una grande dipendenza politica dal Consiglio, riducendosi a volte quasi un segretariato dei governi europei a scapito del ruolo di indipendenza, di iniziativa della legislazione europea e di guardiano dei trattati;
- una debolezza di leadership, mancando nel dovere di indicare una visione per il futuro prossimo del’Europa.
Detto questo:
- di fatto spetta al Partito Popolare indicare il candidato alla presidenza della Commissione, perché sono loro che hanno vinto le elezioni, e per ora il PPE si è barricato dietro il presidente uscente, dimostrando poca fantasia e forse anche una carenza di personalità autorevoli nei propri ranghi;
- nessuno ha finora avanzato un nome alternativo;
- sulla base dei risultati elettorali, non ci sono maggioranze politiche alternative a un accordo con il PPE – e questa è una bella differenza rispetto alla legislatura precedente, dove i liberal-democratici potevano allearsi con l’insieme della sinistra (socialisti, verdi e comunisti) e, come spesso è accaduto, porre una linea progressista.
Eppure in questi margini stretti abbiamo trovato una via che affermasse le ragioni del parlamento e che fosse accettabile al PPE. Merito dell’ADLE e soprattutto del suo presidente Guy Verhofstadt, che da federalista convinto e politico di lungo corso ha dimostrato di avere una marcia in più rispetto agli altri presidenti di gruppo del PE riuscendo a sparigliare le carte del Consiglio, della Commissione del PPE. La linea, furto di interminabili riunioni tra giugno e inizio luglio, alla fine è passata:
- nessuna obiezione a priori “contro” Barroso, ma sarebbe stato impensabile un voto a luglio senza discutere un programma e da parte di un parlamento appena costituito e che quindi si conosce ancora poco;
- dunque rinvio del voto su Barroso (o su un candidato che il rinvio potrebbe far emergere, chissà...) a dopo l’estate, “se possibile” a fine settembre, altrimenti dopo;
- e nel frattempo avvio di una discussione con Barroso sulla base di una serie di impegni: l’ADLE ha adottato una lettera e un memorandum a Barroso frutto di una prima discussione interna che ha tra l’altro accolto tutte le istanze dell’Italia dei Valori anche in merito alla necessità di un’azione europea per contrastare la criminalità organizzata che zitta e zitta sta inquinando tutto il continente.
A questo percorso istituzionale il PPE non poteva dire di no, i socialisti (schiacciati dalla logica della coalizione con i popolari a Berlino che li porta a un voto comunque a favore di Barroso) nemmeno, e così Barroso è stato rimandato a settembre da un parlamento che ha cominciato con un sussulto di vitalità politica. Ma l’Europa sonnecchia, almeno nelle sue istituzioni, e ci sarà di pungolare costantemente. Verhofstadt, su questo, è uno che non ha l'aria di mollare o di accontentarsi di poco. Il popolo dell’IdV avrà modo di conoscerlo personalmente a Vasto a settembre, dove Guy sarà presente per la sua prima uscita pubblica in un paese UE dopo la sua elezione a presidente dell’ADLE.
Con Sonia Alfano siamo stati tra i primissimi parlamentari italiani ad aver prodotto, in appena due giorni di seduta inaugurale, alcuni atti ufficiali. Sonia, a nome del gruppo ADLE, ha depositato un'interrogazione per chiedere alla Commissione di presentarsi in plenaria per discutere le anomali del lodo Alfano; io ho presentato, sempre a nome del gruppo, un'interrogazione prioritaria alla Commissione per pretendere che degli osservatori europei siano presenti al processo contro alcune voci indipendenti in Cambogia, un paese che conosco bene e massacrato dalla storia della fine del Novecento e ancora in preda alla corruzione e al dispotismo, un paese del quale l'Europa il primo donatore senza che questo si traduca in un'adeguata pressione politica sulle dispotiche autorità. Seguiremo il loro caso, e mi va bene così: cominciare pensando a degli "ultimi".
4. Un piccolo pellegrinaggio
La mia prima domenica da parlamentare ho pensato di andare Barbiana, per trovare Don Lorenzo Milani (foto1) (foto2) (foto3) Mi è parso un minimo pellegrinaggio laico che costituisce un monito, un ricordo, forse una locandina delle intenzioni del mandato parlamentare. Anche se poche sono le competenze europee in materia di pubblica istruzione, anche se seguirò commissioni che di altro si occupano, un piccolo percorso politico è destinato in questa legislatura alla scuola, alla ricerca, all'arte e alla cultura. Anche per valorizzare i contributi, i malumori, le voglie per un'istruzione e una cultura più alte nell'Italia dell'ignoranza televisiva e della sciatteria mentale. Del resto, i malumori più profondi raccolti durante la campagna elettorale, sono stati proprio, forse anche più della stessa crisi economica, sul dolore di vedere la scuola pubblica affondare, la ricerca abbandonata, la cultura ormai coltivata solo da pochi e sempre più emarginati.
Anche per questo sia un bene rifarsi alla resistenza e al riscatto di Don Milani, che un protestante come me ha sempre avvertito come il più evangelico dei sacerdoti cattolici. A Barbiana, nel piccolo cimitero, nella chiesa, di fronte alla canonica di questa piccola frazione mugellana, si respira ancora l'aria delle caparbie battaglie contro ciò che all'epoca pareva un mondo non scalfibile. Anche lui aveva a che fare con i cardinali del suo tempo, come Florit, che lo ammoniva così: "È praticamente impossibile all'individuo singolo valutare i molteplici aspetti relativi alla moralità degli ordini che ricevono." Ecco il manifesto che il laico rifugge. Quanto coraggio ebbe quest'uomo, e, davvero, che ci diano una mano nel nostro lavoro per gli altri e con gli altri. Al cospetto della piccola vasca, lunga e stretta, e profonda, scavata per imparare a nuotare anche ai ragazzi di Barbiana a nuotare, testimonia tutta la sua pedagogia: l'importanza formativa delle lingue straniere e del viaggio, nel quale i ragazzini dovevano decidere tutto loro salvo poi farne dettagliato rendiconto; lo spedire ragazzini di quindici anni mai usciti dal Mugello con 35000 lire in tasca a Roma a vedere lo zoo dopo che per una settimana avevano studiato a fondo i libri degli animali; fargli imparare a sciare, non per divertirsi, ma per risparmiare tempo nei lunghi tragitti a piedi da scuola a casa l'inverno.
E ora, quasi in forma di preghiera, lascio parlare alcune delle sue parole - pensieri di cinquant'anni fa - eppure.
"La scuola è il bene della classe operaia, la ricreazione è la rovina della classe operaia."
"Meglio sdrammatizzare i rapporti fra sessi in piscina che non in una sala da ballo."
"La Costituzione promette a tutti otto anni di scuola. Otto anni vuol dire otto classi diverse. Non quattro classi ripetute due volte ognuna."
"La scuola è diversa dall'aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita.
La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi.
È l'arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro un senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall'altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione)."
"La televisione è ladra di tempo."
5. Prossimi passi
Aggiungo che sono stato nominato membro titolare della commissione commercio internazionale, e supplente nelle commissioni cooperazione e sviluppo e diritti dell’uomo. Le riunioni sono già cominciate, anche se il lavoro entrerà nel vivo da fine agosto.
Alcuni dei prossimi impegni: avviare in autunno il programma dei tirocini (anche qua, difficoltà burocratica sulle disposizioni statutarie da applicare) e i corsi di formazione sui fondi europei; lavorare al sito dedicato ai fondi europei; preparare per dicembre, come richiesto anche dall'esecutivo nazionale dell'Italia dei Valori a Sonia Alfano e a me, un grande appuntamento di formazione politica a Bruxelles.
A Bruxelles ha piovuto parecchio in questo inizio d'estate. Ma dal 23 luglio qui sospendiamo le riunioni europee, ma proseguiamo in Italia (il 16 sono arrivato giusto in tempo per l'assemblea degli eletti umbri a Perugia), il 23 c'è Roma (anche con una conferenza stampa della delegazione IdV al PE insieme ad Antonio Di Pietro), il 25 c'è la Lunigiana, il 26 Murlo (dove il Pd non ha voluto fare accordi con l'IdV, che ha poi preso il migliore risultato della provincia di Siena), e altri a seguire che saranno cominciati sul sito. Ma ci sarà tempo anche per salire qualche montagna, come mi piace fare, e come fa bene per rinfrescarsi le idee.
