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1. Tutta l'Europa nella trappola del dio denaro
La cattedrale di Strasburgo è oggi molto diversa da come apparve anni fa a Guido Ceronetti, che ne "L'occhiale malinconico" tracciò un paragone tra le due attrazioni della città alsaziana: una cattedrale cantiere di cultura e di valori con radici profonde, e un Parlamento Europeo altrettanto mastodontico quanto frutto di una vanità noiosa e pretenziosa. Nel frattempo il Parlamento ha trovato la strada di poteri autorevoli, ma proprio nel periodo di meno autorevolezza dell'Europa, mentre la cattedrale ha subito una curiosa metamorfosi. Al suo interno si è accolti da otto vistosi schermi televisivi, ingombranti e che ad altro non servono se non a ingrandire alcuni particolari architettonici ben visibili dal vivo lì accanto; le candele sono vendute con perentorie tariffe secondo la taglia; altri piccoli schermi offrono a pagamento la storia della cattedrale; sotto le arcate vi sono ben due ingombranti bottegucce con vendita di immagini sacre, cartoline, cincischiume turistico; prima dell'uscita un distributore automatico reclama altri soldi per una medaglia ricordo; infine, alla porta, un avviso invita all'obolo.
Come negli autogrill il percorso del visitatore è guidato a senso unico dall'entrata all'uscita - e già questo avrebbe fatto arrabbiare Ceronetti. Ma è così: come il resto dell'Europa, anche una cattedrale storica è divenuta dominio di un imperante e volgare mercato, talmente devastante che nessuno ormai fa più il proprio mestiere, nessuno spazio resta integro - tutti travolti dall'ossessione della monetarizzazione. Le virtù del mercato regolato sono divenute i vizi dell'avidità di ciascuno.
Proprio per questo nessuno per ora riesce a venire a capo della crisi, che ha travolto autorità di controllo e governi che non governano, banche e corporazioni arroccati nei loro privilegi, chiese diventate barroccini, partiti cricche di potere - e quant'altro.
2. Chiacchiere sul Titanic
Così sono in pochi a fare il loro lavoro e nemmeno il Parlamento Europeo in queste settimane atroci e premesse di chissà quali altre brutte sorprese, ha saputo imboccare una strada con una linea chiara e condivisa. I socialisti (è questo rigurgito di ideologia il riformismo che doveva essere nel dna del PD?) non sono contenti di discutere di meccanismi di sanzione (sospensione del voti in Consiglio, penalizzazioni nell'erogazione di fondi di coesione, esclusioni temporanee da alcuni spazi politici comuni) per quei paesi che truccando i conti e sperperando le risorse disponibili mettono a repentaglio le prospettiva di tutti e considerano che il consolidamento di politiche di bilancio e fiscali (il che tra l'altro vuol dire anche la lotta contro l'evasione) sia una minaccia alla stabilità del continente - e apriti cielo se passasse un tale messaggio da Bruxelles, con chissà quali effetti sui mercati già allo sbando. I conservatori guardano con crescente diffidenza ogni azione di governo europeo dell'economia, convinti che solo un ritorno alle politiche nazionali salvi il salvabile. Alla fine a metterci d'accordo ci penseranno i cinesi o gli indiani - oltre un miliardo e un ministro dell'economia, oltre un miliardo e un governo, una moneta, e non ventisette ministri e tutto l'apparato europeo da XIX secolo con cui ci trastulliamo mentre la nave affonda.
