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| Sapori d’estate italiana |
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Come ciascuno di noi, dalle vacanze mi sono riportato il mio bagaglio di sapori d’estate. Tra i tanti, ne faccio un cesto di dieci.
1. Una lapide sulla casa del Tanucci: “Governò per XLIII lo Stato con potenza di principe ed ebbe nelle cose d'Italia e di Spagna voce autorevole morì lasciando di sé quasi povertà alla famiglia e molto nome alla storia”.
Si trova a Stia, in provincia di Arezzo, bisognerebbe farne una copia e metterla a Roma, in più posti, sapete bene dove.
2. Sul Falterona, Parco Nazionale: partenza alle 3.30, arrivo sulla vetta due ore dopo, luci di San Marino e di Rimini a est, con la costa dell’Adriatico, le Apuane a ovest. Foresta, sorgenti (ma poco lontano vedrò qualche giorno dopo un torrente completamente morto a causa della TAV). Andiamo con amici del Club Alpino Italiano, gente che passa le domenica ad aprire e numerare sentieri sugli Appennini di cui parlano come se fossero percorsi autostradali, bretelle, varchi familiari. Appena possono ci portano i bambini, a vedere le albe, alla foce dell’Arno, a inselvatichire. Al ritorno pane cotto a legna. Poche ore così convincono che in Italia si può ancora fare tutto - coraggio che ce la facciamo.
3. Concerto di Paolo Fresu : applaudito in tutto il mondo (ricordo una recensione sopra le righe del New Yorker), dando l’anima anche per un pubblico periferico (Firenzuola), e c’è del vero genio nel riuscire a diventare una delle più grandi trombe del jazz, musica che fino a pochi deceni fa non era tanto italica. Parliamo della sua Sardegna e di un’amicizia comune, Don Antonello Mura, direttore del seminario di Bosa che fa mille cose per il suo territorio. Anche Paolo è una star mondiale che non si è montato la testa e si rimbocca le maniche, organizzando pure ogni anno un festival di jazz nel suo paese natale. Con il suo quintetto suona da una vita, sono tutti bravissimi, una squadra affiatata che gira il mondo – ah, se solo l’Italia fosse un quintetto di jazz così, gioioso e metodico, umile e a testa alta.
4. Aquino, Murlo, Carrara: partecipo a feste IdV, tra le prime, almeno nell’Italia centrale. La formula è sempre la stessa, diversa da quelle degli altri partiti: niente impianti faraonici, né spazi speciali, ma calate nelle piazze del posto, con un palco dove il paese reale si racconta. Chi ci ha votato è quasi allegro, gli fa piacere vedere che con la fine della campagna elettorale nessuno ha tirato i rami in barca. Chi non ci ha votato può finalmente partecipare a una discussione sulla nostre società, e non su beghe interne. L’anno prossimo ce ne saranno di più.
5. Una notte alla stazione di Roma Tiburtina: al fresco, l’umanità senza tetto si prende quasi una rivincita su chi dorme in case caldissime, e si mescola a giovani turisti che viaggiano con poche lire o a un parlamentare che ha perso l’ultimo treno e non va a nanna preferendo restare ad aspettare il primo del giorno dopo. Brevi dialoghi con gli uni e con gli altri. Ma di fatto guardiamo alle vicende e alla solitudine altrui solo senza vera partecipazione, solo laddove interessano anche noi, come occasione per osservare la vita, la società, per farne politica. A ottobre, all’assemblea annuale di Emmaus, tornerò su questa incomunicabilità che fa coppia con l’abitudine rispetto agli ultimi della nostra società.
