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Europee

EUROPEA 13

Biglietto aereo

In quest'Italia che durante l'estate altroché se esibisce opulenza volgare - da Palazzo Chigi in giù - ciascuno di noi potrà dedicare a chi vuole quest'"Epitaffio" del laico Giorgio Bassani:

Ben volentieri te lo darei
mio caro un calcio nel
culo
ma ti farebbe
poi male?

1. La carica giusta

Dovremmo andare in vacanza con lo spirito che ha animato la seconda scuola europea IdV a Bruxelles, con quella voglia di stare insieme e vedere l'Europa e di confrontarsi e imparare qualcosa. Tre giorni di dibattiti, avviati in modo poco ortodosso per le gerarchie politiche nazionali: i deputati europei IdV a presentare i frutti dei primi otto mesi di mandato ai giovani del partito, quasi a passare un esame manco facile - ma la delegazione IdV al Parlamento Europeo aveva crediti da basta e avanza.

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Europea 12

1. Un anno di legislatura europea: la corsa continua, e tante occasioni di formazione

A un anno dal voto, lasciamo perdere bilanci. Queste Europee e lo stesso sito testimoniano quanto fatto. Solo a giugno, del resto, parecchie iniziative di formazione: una giornata di europrogettazione a Fermo, il sesto quest'anno; un corso di due giornate a Bruxelles per 50 amministratori locali dell'IdV (il secondo corso del genere), e a cavallo con luglio la seconda Scuola di Formazione Europea per i giovani IdV, coordinata quest'anno insieme a Giommaria Uggias: 175 partecipanti, selezionati da IdV giovani (un grazie all'infaticabile Martina Monti), insieme, nell'ormai tradizionale gemellaggio politico, ai coetanei del MODEM francese (l'anno scoro furono i rumeni), in un progetto che nessun altro organizza così al Parlamento Europeo: tre giorni di dibattiti con economisti e giudici, ma anche con Antonio Di Pietro e con Enrico Pieri, sopravvissuto alla strage di Sant'Anna di Stazzema e poi, dopo che la guerra nazista gli aveva ucciso tutta la famiglia, giovanissimo emigrante in... Germania - uno che l'Europa, e la necessità dell'Europa, l'ha conosciuta sulla propria pelle.

1 bis. Prima pagellina

Però cito due parametri di primo anno d'impegno: tasso di partecipazione alle sedute plenarie del 100% (alcuni siti indicano il 91%, ma sono sbagliati); interventi in plenaria in ciascuna sessione - e il tempo di parola in Europa è davvero centellinato, bisogna proprio sudarselo con presenza e lavoro.

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Europea 11

1. Tutta l'Europa nella trappola del dio denaro

La cattedrale di Strasburgo è oggi molto diversa da come apparve anni fa a Guido Ceronetti, che ne "L'occhiale malinconico" tracciò un paragone tra le due attrazioni della città alsaziana: una cattedrale cantiere di cultura e di valori con radici profonde, e un Parlamento Europeo altrettanto mastodontico quanto frutto di una vanità noiosa e pretenziosa. Nel frattempo il Parlamento ha trovato la strada di poteri autorevoli, ma proprio nel periodo di meno autorevolezza dell'Europa, mentre la cattedrale ha subito una curiosa metamorfosi. Al suo interno si è accolti da otto vistosi schermi televisivi, ingombranti e che ad altro non servono se non a ingrandire alcuni particolari architettonici ben visibili dal vivo lì accanto; le candele sono vendute con perentorie tariffe secondo la taglia; altri piccoli schermi offrono a pagamento la storia della cattedrale; sotto le arcate vi sono ben due ingombranti bottegucce con vendita di immagini sacre, cartoline, cincischiume turistico; prima dell'uscita un distributore automatico reclama altri soldi per una medaglia ricordo; infine, alla porta, un avviso invita all'obolo.

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EUROPEA 10

1. Il sapore delle elezioni

Ora che il vento delle elezioni s'è placato, e restano i detriti di certi risultati, tre piccoli propositi da trattenere.

Primo: si chiami questo risultato col suo nome proprio: sconfitta della coalizione, temperata ben poco dal successo dell'IdV che quasi ovunque ha fatto campagna con facce nuove e senza uno straccio di consiglieri regionali uscenti, e con oltre il 7% mette radici. Secondo: in vista del 2013 la si finisca il prima possibile con le geometrie variabili della coalizione; paradossalmente, proprio la deprecata alleanza con l'IdV costituisce l'unico punto fermo per il PD, poi non si capisce più niente: UdC, SeL, radicali e comunisti sono i clienti di un albergo a ore che spesso accetta o scaccia in base a capricci locali e volubili. Terzo, la si smetta di cincischiare e senza troppi indugi si scelga il candidato alla presidenza del consiglio per il 2013. Oppure si continui con le nebbie attuali, regalando vantaggi al centro-destra.

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EUROPEA 9

1. Bagnoli & Helsinki

Da quando abbiamo deciso come italiani di iscriverci - ora non saprei trovare altra parola - all'Europa, questa mi sembra, per noi, sempre più un luogo equivoco e labirintico. Ad esempio ci siamo persi a Bagnoli, nel corso d'una visita del Bureau dell'Alleanza dei Democratici e Liberali per l'Europa, martellati da due versioni tutte diverse. I responsabili di Bagnolifutura, a snocciolare una locandina delle buone intenzioni - qua verrà l'impianto termale, qua la pista ciclabile, questi manufatti saranno recuperati, quei sacchi sono per la bonifica dell'amianto, lo stato dei lavori è sempre aggiornato in rete, e col museo scientifico quale fiore all'occhiello già perfettamente operante; dall'altra un ventaglio di associazioni cittadini ed esperti indipendenti, a snocciolare altri dati e altre storie - subappalti in mano a giri camorristici, ritardi e sprechi colossali, una bonifica assai dubbiosa, una possibile spiaggia popolare minacciata dalla realizzazione di un porto turistico, un sistema che lega questo immenso cantiere al malgoverno dei rifiuti, delle raccomandazioni, delle convivenze.

La sera prima i disorientati deputati europei avevano incontrato i candidati napoletani dell'IdV alla Regione, che, nella curiosa assenza dei vertici del partito locale, si erano presentati con una bella genuinità, e poi avevano proseguito abbagliati dalle luci dorate del San Carlo, il più antico teatro d'Europa in attività, un colosso napoletano contro ogni tetraggine dell'ignoranza. Ma l'indomani, sotto la pioggia, i rappresentanti di vari popoli europei si aggiravano nell'affascinante apparizione del glorioso impianto siderurgico in via di conversione sballottati da una verità al suo contrario. Ci capeggiava un'ex prima ministra finlandese, che nella saga di Bagnoli si trovava come Alice in un paese di dubbie meraviglie. E riuscire a portare a Bagnoli un ex capo di governo di uno Stato rigoroso per trasparenza e onestà è uno di quei piccoli paradossi che solo l'ADLE e l'IdV sono capaci di realizzare - tutti gli altri avrebbero evitato tali "incongruenze", tali imbarazzanti incontri.

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EUROPEA 8

"Chiedi la strada anche se la sai"
proverbio coreano

1. Il famoso congresso

Un congresso, nella stantia politica italiana, è per definizione una celebrazione auto-referenziale, spesso poco trasparente, ricca di vanità. Le assisi politiche in Italia sono un po' tutte uguali, e noiose. Ma un congresso dell'Italia dei Valori è davvero cosa specialissima, quasi la quadratura del cerchio. Cosa c'entra la formalità di un congresso con un partito con leader carismatico, espressione di movimenti, insofferente a tessere e bande interne?

Questo è stato il primo congresso, con quattromila persone festose, di un movimento che nacque pezzetto per pezzetto. Ricordo ancora quando deputato europeo, Antonio Di Pietro in aereo si appartava per mettere uno a uno nel suo computer tutti i dati dei primi iscritti, dei referenti locali, completando elenchi ancora con tanti buchi sul territorio. L'Italia dei Valori è nata come un minuzioso laboratorio artigianale, un lavoro fatto a mano, con pezzi da sostituire di volta in volta. Anche per capire cosa sia accaduto nei giorni scorsi a Roma, non si scordi il codice genetico dell'IdV. Insieme all'infaticabile, sempre di buon umore e attentissimo Ivan Rota, Antonio ha guidato passo passo un congresso articolato - sintesi delle mozioni tra le più varie, elezione dei giovani e delle donne - allargandosi a tratti perfino troppo, ma riuscendo nella quadratura del cerchio: un congresso vero ma che dell'IdV non ha perso l'impronta della sua storia e i suoi umori gioiosi.

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EUROPEA 7

1. 2010: ANCORA TEMPO DI ASSEDI

« Tutti i draghi della nostra vita forse non sono altro che delle principesse che aspettano di vederci belli e coraggiosi». In altre parole, « Tutte le cose terribili forse altro non sono che delle cose prive di soccorso che aspettano solo che noi le soccorriamo » .

Questo passo di Rilke, dalla «Lettera a un giovane poeta », è anche un viatico a Gaza, maledetta striscia chiusa ormai da anni. Solo un ridottissimo numero di prodotti più che altro alimentari - circa una ventina - può entrare a Gaza su autorizzazione di Israele, mentre il resto, dal combustibile a un rubinetto, dalla marmellata alle armi, è costretto a transitare nei pericolosi, carissimi, oltre che vietati, tunnel sotterranei con l’Egitto (che sta costruendo una barriera in acciaio profonda diciotto metri per chiudere questo traffico illecito eppure vitale).

Entrare a Gaza è un lusso ormai, come lo è uscire. Lo scorso dicembre anche una delegazione ufficiale del Parlamento Europeo si è vista negare, sul più bello, l’accesso a Gaza da parte israeliana, e così, visto che i poveri abitanti della striscia sono reclusi nella più grande prigione collettiva del mondo, ho deciso di unirmi a una delegazione parlamentare di vari paesi europei che dopo lunghi negoziati con le autorità egiziane, e altrettante attese al varco di Rafah, è riuscita a visitare Gaza per due giorni scarsi.

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EUROPEA 6

Pensierino di Natale
Europarlamentari & C.: gente che non ha più i piedi, che ha perso la sensibilità del contatto coi suoli, eppure il suolo li ha vinti, fingendosi crocevia, crogiuolo, frontiera latino-germanica e altra retorica futile.
Ma Strasburgo è la sua cattedrale: tutti i significati passano di là.
L'eurodeputato non sa nulla di questo, viene per impigliarsi tra le carte e le cuffie della propria impotenza politica.
(da L'occhiale malinconico, di Guido Ceronetti)

1. I conti di dicembre

Mentre la vita politica italiana si avvita su se stessa nel suo balletto di polemica e di consueti riti mediatici, a fine anno tracciamo un primo bilancio di questi primi mesi del mandato parlamentare. A parte le tante attività prettamente parlamentari di routine ma non per questo meno importanti, scrivo sulla lavagna, anche per fare ordine tra le mille carte che affollano la scrivania, in ordine più o meno cronologico:

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EUROPEA 5

1. NON È UN RICORSO COME GLI ALTRI

Quanto male fa fare "Denuncia nei confronti della Repubblica Italiana": detto così, scritto così come è nel ricorso legale presentato alla Commissione europea sullo scudo fiscale, pare quasi di strattonare la propria mamma. La Repubblica ci appartiene, è cosa nostra, e metterla in riga di fronte ai giudici non è cosa da fare a cuor leggero. Ma la Repubblica è ormai ostaggio di un governo che conosce l'uso spregiudicato del potere, di cui lo scudo fiscale è una perla.

Il ricorso, nuova tappa dopo la battaglia sulla libertà dell'informazione, lo abbiano presentato io, Giommaria Uggias e Luigi De Magistris, insieme a Vittorio Prodi, unico parlamentare del Partito Democratico ad aderire. Gli altri del PD non hanno voluto, per la risibile ragione di non nuocere alla trattativa con Berlusconi per il posto europeo di D'Alema. Lasciamo perdere.

Le pressioni alle quali siamo stati sottoposti perché non si rinunciasse al ricorso non sono state da poco - tocchiamo interessi finanziari enormi, e mettersi contro decisioni dell'autorità fiscale è spesso un passo imprudente. Ma astenersi dal ricorso sarebbe stato un atto di vigliaccheria. Con trasparenza ho scaricato sul sito il testo della denuncia, e la lettura è eloquente. Anche per chi non mastica diritto si capisce la palese contrarietà di questa storia con la normativa europea - per l'anonimato, l'evasione fiscale dell'IVA (che è risorsa propria europea), aiuti di stato mascherati, lo spregio delle norme anti-riciclaggio.

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Europea 4

1. "Virtù e fortuna" ci vogliono per vincere le battaglie, avvertiva il concittadino Machiavelli. La prima non sarà mai abbastanza, l'altra è proprio mancata nella più rocambolesca votazione conosciuta nella storia del Parlamento Europeo, avvenuta per la risoluzione sulla "libertà d'informazione in Italia e in Europa". Si partiva in svantaggio, con i numeri che ci davano in minoranza in un parlamento che da giugno ha una maggioranza di centro-destra; eppure, proprio la risoluzione di centro-destra, primo testo votato, viene sorprendentemente bocciata con circa venticinque voti di scarto. Colpo di scena, confermato dall'approvazione di tutti i paragrafi, uno a uno, del testo di compromesso del centro sinistra, mentre i vari emendamenti del PPE vengono respinti. Tuttavia, sul più bello, al voto sul testo finale, siamo noi ad andare sotto di appena tre voti. Gli esponenti del PDL fanno salti di gioia, c'è chi si mette a ballare in aula - ne avevano accumulato di stress. Ma poi capiscono che non è ancora finita, perché si procede al voto delle singole risoluzioni dei gruppi di centro-sinistra. Cadono, per pochissimi voti, quella socialista, quella verde, quella comunista, e l'ultimo voto è proprio sul testo liberaldemocratico. Sarebbe la ciambella più riuscita, ed è un risultato al cardiopalma: 338 a 338; sul momento ci sono pochi festeggiamenti nel PDL nell'esitazione generale - non molti sanno che in caso di parità il testo non è approvato.

Così si rimane a bocca asciutta, ma con un assaggio di vittoria che é svanito sul più bello. Un comportamento di voto così difforme si potrà forse spiegare con una volontà di alcuni del settore di centro-destra di punire il PDL non appoggiando la loro risoluzione (che è un pezzettino di letteratura fantastica, i giornali avrebbero dovuto pubblicarla, mai mozione ha avuto più faccia tosta) ma poi, venuti al dunque, non hanno voluto dare la soddisfazione della vittoria alla nostra parte - ci sta. Né ha aiutato che alcuni emendamenti su restrizioni ai media in Portogallo e in Ungheria non siano stati accolti nel testo comune del centro-sinistra (e forse è stato uno sbaglio, ma erano emendamenti che puzzavano di strumentalità, visto che nello stesso testo del PPE non si fa alcun cenno a questi due paesi...).
Ma il bello è stato vedere che tre colleghi irlandesi dell'ADLE si sono astenuti sul più bello per via di una "telefonata di pressione" ricevuta dal proprio governo nell'imminenza del voto. Il gruppo, nel dibattito post-voto li ha davvero crocifissi, quasi con rabbia (e il processo non è che all'inizio), soprattutto perché si è reso conto di quello che come ho spiegato al gruppo in Italia accade tutti i giorni: alcuni poteri, molto forti, non hanno scrupoli a esercitare qualsiasi forma di pressione, spingendosi perfino a Dublino per influenzare il voto a Strasburgo. Questo episodio oltre a contribuire al voto finale - ma del resto nel gruppo socialista e in quello verde c'erano varie assenze - ha permesso almeno in Europa di capire anche meglio di cosa sono capaci, con chi abbiamo a che fare. Esprimendomi calcisticamente - mi scuso con tutti, non lo farò più - la potremmo mettere così: giocavamo in trasferta (un parlamento con maggioranza di centro-destra), la sconfitta ci stava, e invece siamo stati in vantaggio fino all'ultimo minuto, quando c'è stato, letteralmente, il pareggio. Per questo il PDL esce con l'umore migliore, e noi meno. Ma siamo ancora alle prime settimane della legislatura e i colleghi più anziani mi hanno detto: grande prova, a un soffio da risultato storico, e chi attraversa queste battaglie poi saprà farne di ben altre.

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Europea 3

1. « Se fossi il re… »

Da piccolo mi dicevo « se fossi il re, farei … » … E così, alla fine dell’incontro tra il Presidente della Repubblica e i parlamentari europei, ho pensato: « Se fossi il Presidente della Repubblica », avrei forse ricordato ai nuovi eletti che nella scorsa legislatura i rappresentanti italiani a Bruxelles avevano il doppio primato di primo posto per assenteismo e di primo posto per stipendio; oppure, ricordando la vergogna che anche in questo mandato abbiamo mandato in Europa alcuni eletti condannati con sentenze passate in giudicato, avrei esortato a trovare misure idonee a metterci al passo con gli altri paesi in quanto a etica della selezione del nostro personale politico.
Pensavo così, ancora seduti nello sfarzo del Quirinale e dirigendoci verso un sobrio rinfresco; invece gli auguri del Presidente hanno avuto un solo vero passaggio politico: è disdicevole voler discutere in Europa questioni interne, alludendo alle nostre richieste di un dibattito in plenaria sulla libertà d’informazione in Italia o sul lodo Alfano.
Pensavo che, « se fossi il Presidente », di sicuro avrei sottolineato che l’autorevolezza italiana in Europa è stata finora compromessa non dal portare nelle istituzioni comunitarie quegli scandali italiani di cui tutta l’Europa già discute nei media e nell’opinione pubblica, ma da scarso impegno, privilegi nazionali impensabili altrove e addirittura mancanza di etica, e avrei sottolineato che il rispetto del nostro amato paese lo si ottiene lavorando con competenza, onestà e coerenza, mantenendo la parola data agli elettori.
Ma io non sono il Presidente della Repubblica, e il messaggio è stato diverso; in un paese dove ci sono politici corrotti, politici mafiosi, politici che pensano solo agli affari propri, esportati anche in Europa, l’unica tirata di orecchi è stata per noi dell’Italia dei Valori. La festa è allora finita davanti al Quirinale, appena usciti, a buttare giù il testo di una dichiarazione stampa. Così va il mondo.

Al Quirinale si sarebbe potuto parlare d'altro: all'incontro con Napolitano, vecchio militante federalista, m'ero presentato con la bandierina federalista appuntata sulla giacca - un piccolo segno di militanza in questi tempi fiacchi per gli Stati Uniti d'Europa - nome, tra l'altro, della rivista per la quale comincerò una collaborazione, a seguito di un incontro con Enzo Marzo, Milena Mosci e altri amici di Critica Liberale che la edita.

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Sapori d’estate italiana

Come ciascuno di noi, dalle vacanze mi sono riportato il mio bagaglio di sapori d’estate. Tra i tanti, ne faccio un cesto di dieci.

1. Una lapide sulla casa del Tanucci: “Governò per XLIII lo Stato con potenza di principe ed ebbe nelle cose d'Italia e di Spagna voce autorevole morì lasciando di sé quasi povertà alla famiglia e molto nome alla storia”.
Si trova a Stia, in provincia di Arezzo, bisognerebbe farne una copia e metterla a Roma, in più posti, sapete bene dove.

2. Sul Falterona, Parco Nazionale: partenza alle 3.30, arrivo sulla vetta due ore dopo, luci di San Marino e di Rimini a est, con la costa dell’Adriatico, le Apuane a ovest. Foresta, sorgenti (ma poco lontano vedrò qualche giorno dopo un torrente completamente morto a causa della TAV). Andiamo con amici del Club Alpino Italiano, gente che passa le domenica ad aprire e numerare sentieri sugli Appennini di cui parlano come se fossero percorsi autostradali, bretelle, varchi familiari. Appena possono ci portano i bambini, a vedere le albe, alla foce dell’Arno, a inselvatichire. Al ritorno pane cotto a legna. Poche ore così convincono che in Italia si può ancora fare tutto - coraggio che ce la facciamo.

3. Concerto di Paolo Fresu : applaudito in tutto il mondo (ricordo una recensione sopra le righe del New Yorker), dando l’anima anche per un pubblico periferico (Firenzuola), e c’è del vero genio nel riuscire a diventare una delle più grandi trombe del jazz, musica che fino a pochi deceni fa non era tanto italica. Parliamo della sua Sardegna e di un’amicizia comune, Don Antonello Mura, direttore del seminario di Bosa che fa mille cose per il suo territorio. Anche Paolo è una star mondiale che non si è montato la testa e si rimbocca le maniche, organizzando pure ogni anno un festival di jazz nel suo paese natale. Con il suo quintetto suona da una vita, sono tutti bravissimi, una squadra affiatata che gira il mondo – ah, se solo l’Italia fosse un quintetto di jazz così, gioioso e metodico, umile e a testa alta.

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Una cartolina post-elettorale, e un saluto di fine blog

Potrei dire: 12.000 preferenze - che bel risultato!
Eletto - che anomalia per uno che ha cominciato tutto a inizio maggio, era al suo debutto in società e del tutto sconosciuto!
Potrei dire: evviva, evviva - se tornato a bomba al lavoro non fossi già sotto uno schiacciasassi, alle prese con due priorità in simultanea che mi obbligano a interrompere questo diario elettorale: la complicatissima fase pre-costitutiva del Parlamento Europeo, dove 27 paesi negoziano sugli equilibri dei prossimi cinque anni; la necessità di mettere le basi al più presto su una struttura organizzativa razionale, che permetta la migliore comunicazione tra gli uffici di Bruxelles e il territorio, in tutte le sue salse.
Quindi, non c'è tempo per brindare. Anzi, sono tentato di sparigliare le carte e dire: l'Italia dei valori meritava il 20%, non l'8% - perché ha compiuto un'impresa presentando una formazione di candidati lista fatta di tante bellissime storie come quelle dei miei compagni di cordata in lista, così diversa dalle solite confezioni elettorali dei partiti italiani. O dovrei lamentarmi che le mie preferenze sono poca cosa al cospetto di quelle di campioni gettonatissimi che non saprebbero dirvi di che paese è la capitale Bratislava.
Così il mio primo pensiero va proprio ai tanti che durante la campagna elettorale mi hanno detto: "non ci interessa". Oppure: "sei una bravissima persona, ma Di Pietro!!" (e smorfia di orrore). O a quelli che chiudono la porta in faccia con un "figurati, tanto i miei amici non vanno a votare da un pezzo". Per non parlare del più ripetuto e codificato "hai già un ottimo lavoro, ma chi te lo fa fare". In un mese ho appreso un piacevolissimo repertorio del qualunquismo e dell'indifferenza che non se ne può che trarre una diagnosi allarmata, perché in realtà è il repertorio di chi è stato tradito e non ci vuole cascare più. Adesso sono eletto, non ancora proclamato, ma sarò un "rappresentante del popolo". Anche di questo popolo cinico o scettico, stanco e disilluso. E cerchiamo di dargli una scossa, che sennò non se ne esce.
Dunque bisogna che il popolo ci stia vicino, che segua passo passo ciò che combiniamo anche a Bruxelles, che ne chieda conto con ragionevolezza e senza isterismi; e che ne chiedano conto, soprattutto coloro che hanno scritto su un foglio di carta "Rinaldi", perché non c'è niente di peggio di essere eletto da cittadini che poi si scordano chi hanno votato.
Tanto più che i voti sono stati tanti. Ho raccolto 12.000 voti arrivando quarto, dietro a tre candidati tutti eletti anche in altri collegi. Nella mia stessa situazione si sono trovati altri candidati negli altri collegi, e alla fine il gioco delle desistenze ha premiato chi aveva comunque ottenuto il numero maggiore di preferenze.

In questo modo, dietro l'angolo fa capolino la soddisfazione sincera per il risultato elettorale, perché tante persone hanno dato fiducia a un esperimento che se falliva avrebbe confermato le peggiori abitudini italiane del mettere in lista solo chi si porta dietro pacchetti di voti, punendo una strada di innovazione e freschezza.
Quindi, un pochino festeggiamo. Ma col rischio che ormai, dopo un'elezione, non ci restano altro che citazioni. La lingua della politica mi pare davvero un sistema di citazioni. Ho vinto, grida chi ha vinto. Hai perso, grida chi ha perso. Mai che uno abbia il coraggio di dire, subito e chiaro, quello che tutti possono pensare alla lettura dei numeri.
Così resta un po' il sapore che il voto per le europee per molti debba fare la fine di un grande sondaggio: ci siamo presi le misure, e ora, dopo tante trasmissioni televisive, interviste e altre liturgie della comunicazione, si può tornare a casa a scoprire che la nostra vita non è cambiata in niente. E l'indomani, a scuola o al lavoro, ne avremo la conferma.
Prendo Leonardo Sciascia: "Sarò un moralista - e dunque un qualunquista: ma mi pare che i particolari guai del nostro paese nascano tutti da una inveterata e continua doppiezza, da un vasto e inesauribile giuoco della doppia verità che partendo dall'alto soltanto si arresta là dove la verità non può permettersi il lusso di essere doppia - ed è una, inequivocabile: quella della povertà, del dolore.
È una doppiezza propriamente "costituzionale", che dal potere si dirama e moltiplica in perfetta circolarità, tornando al potere come linfa nuova, depurata, come abbiamo detto, di quei detriti e veleni che vanno a finire in basso.
Mai c'è stata un'epoca, mi pare, in cui come oggi quello che si dice ha più importanza di quello che si fa.
E se non si torna a chieder alle persone il conto preciso di quello che sono, di quello che fanno, di come vivono; se non si torna a giudicare un'azione per quella che è, senza fra caso se è fatta con la mano sinistra (che sa quello che fa la destra) o con la mano destra (che sa quello che fa la sinistra), temo che nessuna riforma o rivolgimento varrà a cavare il ragno dal classico buco: immagine pertinente alla situazione, e anzi da moltiplicare - tanti buchi, tanti ragni."
Insomma, il solito abisso tra il dire e il fare.

Ma nel "fare" c'è stato il lavoro collettivo dell'impegno politico, svolto insieme a molte persone tra cui tante, come me, erano alla loro prima campagna elettorale. Poca televisione, qualche intervista, pochi giornali, moltissimi incontri, qualche mercato, e un po' di video. Tra questi, anche uno sul genocidio ruandese, un tema davvero impossibile per una campagna elettorale in Italia; eppure è stato visionato da circa 20.000 persone, ha registrato centinaia di contatti positivi.
Dovrei cominciare allora col ringraziare i miei amici della diaspora ruandese, vittime di un genocidio nel quale l'Europa ha le sue colpe, gli amici del forum africano, del commercio equo e solidale, i compagni di strada repubblicani e liberali che, privi di liste e di candidati altrove, mi hanno aiutato spontaneamente, i vecchi colleghi di Bruxelles rientrati in Italia, i tanti amici che si sono fatti davvero in quattro.
Ma per vincere un'elezione non bastano gli "amici" e non basta la propria buona volontà. Occorre un'organizzazione, una "rete di buoni", una struttura che coalizzi le energie e le sappia valorizzare. Per questo dico una volta di più a chi diffida dei partiti: senza l'Italia dei Valori che ha aperto le sue liste e ha aperto la sua organizzazione, si andava tutti a fare una girata. L'Italia dei Valori si è dimostrato un partito ricco di entusiasmo, di cittadini con una curiosa combinazione di rabbia e di gioia, di attenzione e di spontaneità, e con un'organizzazione che seppure perfettibile qua e là, è riuscita a dare forza e spazio alla nostra voce.
Dietro un'elezione infatti c'è il lavoro, noto ai militanti ma oscuro al più degli elettori, di dirigenti come i coordinatori regionali: Giuliano Fedeli, Aviano Rossi, David Favia e soprattutto, e dato il suo impegno e i risultati ottenuti nelle urne - Stefano Pedica che insieme all'assessore Vincenzo Maruccio si sono spesi in mille modi. Attraverso loro ringrazio tutti coloro che attivamente hanno lavorato perché questa anomala candidatura per la politica italiana fosse una storia di successo. Ricordo anche due persone con le quali ho trascorso ore e ore: Antonio e Ruslan, che mi hanno guidato con attenzione e disponibilità per le strade del collegio. Quando poi ho guidato da solo, il che è capitato molto spesso, ringrazio la musica di Bach, di Mozart, di Peter Gabriel e di Nusrat Fateh Ali Khan, che mi ha fatto pensare a tante altre cose. Un grande grazie anche a Giorgio Bozzetti, Tiziana Di Croce e Gioacchino Pucci - tutti indispensabili e tutti sempre calmi e sereni. Poi c'è l'incredibile Ursa, che, slovena, ga fatto tutto in una lingua che non è la sua - o, ormai, non lo era.
La "citazione" dei ringraziamenti è sentita col cuore e potrebbe continuare ancora a lungo. Molto a lungo, troppo, perché in fondo sono i nomi di un'intera Italia che ho scoperto in questo paese ormai fuori dall'Europa e dalla modernità, che si ribella al neo-feudalesimo che ci toccherebbe se non ci organizziamo. Il loro lavoro, piccolo o grande che sia stato in una campagna elettorale, indicano che esiste una via.

BUONGIORNO DAL NUOVO PARLAMENTO EUROPEO

Nelle cinque settimane che intercorrono tra il giorno del voto e quello dell’insediamento, il neo –eletto cosa fa? S’invola per i Caraibi per riposarsi? Si tuffa nel calcolare i costi della campagna elettorale e i benefici del conquistato status di euro-deputato? Festeggia a più non posso? Sta lì frenetico a scalpitare finché non viene proclamato ufficialmente? Comincia a guardare tutti dall’alto al basso e ad aspettarsi che i vecchi amici comincino a chiamarlo “onorevole”?

E l’elettore, il cittadino che fino al 7 giugno è stato bombardato d sollecitazioni e contatti, respira un po’ finalmente lasciato in pace e soddisfatto per il risultato della propria lista? Comincia a chiedersi se ne valeva la pena partecipare al circo delle elezioni? Si pente del voto espresso?

Chi mi abbia votato avrà legittimamente potuto chiedersi per quale ragione dopo settimane e settimane di discussioni su face book e d'interventi e comunicazione sul mio sito, sia calato una sorta di silenzio. Ma non sono andato ai Caraibi, sono arrivato a Bruxelles il 9 giugno e ci sono più o meno restato sempre con frequenti incontri in Italia; ho fatto in fretta a calcolare i costi della mia campagna elettorale (una cifra irrisoria, inconfessabile), mentre sui privilegi del deputato tornerò poi con un’informazione trasparente; non ho avuto il tempo di festeggiare davvero con nessuno e sopratutto diffido del titolo di “onorevole” che è un’altra anomalia, questa di stampo feudale, italiana – altrove i deputati sono “signore” e “signora”.

Le cose invece sono andate così

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Un risultato facile facile...

È stato tutto facile.
È quanto direi a chi ora si scervella per analizzare le ragioni del successo dell'IdV. Perché per raccogliere la principale vittoria di queste elezioni europee è bastato adottare criteri nuovi di definizione delle liste e di campagna; è bastato parlare di Europa mentre nessuno lo faceva o si limitava (la Lega) ad agitare lo spauracchio della Turchia; è bastato fare seriamente quello che da anni gli altri dicono di fare a parole o in modo cosmetico: aprire la lsita a persone con storie vere e professionalità sicure, lontani mille miglia dai canonici criteri di selezione dei candidati e poi parlamentari europei (basati sulla notorietà e sui pacchetti di tessere in dote - come fossero titoli nobiliari). È bastato lavorare sodo durante la campagna, senza protagonismi e atteggiamenti da divi, consapevoli che c'è solo da imparare. Non vi sono state divisioni fra candidati, il partito ha messo a disposizione strutture e mezzi senza sprechi e con razionalità.
Il risultato è anche una campagna per niente dispendiosa - incredibile viste le cifre che investono fior fiore di candidati, grazie anche al numero di amici coinvolti nel lavoro. Certo, ogni tanto qualcosa non è andato per il verso giusto, ci sono state qua e la disfunzioni o malintesi - ma questa è anche la bellezza di una struttura e di persone che facevano una campagna elettorale a vasto raggio per la prima volta. Ma soprattutto è stata una campagna che, con i suoi meccanismi terribili nella rincorsa alla preferenze su un vasto collegio, ci ha indotto come candidati ad andare "incontro" al cittadino, conoscendo meglio problemi generali e immergendoci in tematiche specifiche.
Un viaggio di umiltà e di ascolto - soprattutto per chi, come me e come quasi tutti noi candidati per l'Italia dei Valori, non proveniva da esperienze politiche dirette né si portava dietro apparati organizzativi.

Meglio così: le condizioni della legge elettorale ci hanno "buttato per la strada", in incontri nelle fabbriche, in zone afflitte dalla criminalità, nel disagio della scuola, là dove la crisi falcia duro anni di cultura del lavoro. Mai in una posizione "comoda" durante tutti questi incontri - e proprio così tutto è venuto meglio, perché la pedagogia della difficoltà, compresa una scarsa attenzione dei media, è da sempre la migliore, paradossalmente la più "facile" per imparare e per far bene. Adesso agli amici che saranno eletti spetta di incarnare col mandato parlamentare quel pegno della speranza che il paese ha consegnato all'Italia dei Valori. Un bel peso sulle spalle, che non potrà essere tradito - pena un astensionismo ancora più forte la prossima volta.
Perché l'Italia dei Valori è probabilmente la forza politica dove più si incontrano persone di buona volontà, ancora capaci di entusiasmarsi e conspaevoli del dovere di un impegno personale per far fronte al disastro del paese. A questa speranza un partito deve dare forma e organizzazione, lavorando con metodo e con etica. Sarà la parte più difficile del lavoro - altro che campagna elettorale, impegnativa forse, ma, appunto "facile" una volta che le premesse erano giuste, oneste e coraggiose rispetto alle solite noiose abitudini della politica nostrana.
E proprio questo costituisce la migliore primavera.