Potrei dire: 12.000 preferenze - che bel risultato!
Eletto - che anomalia per uno che ha cominciato tutto a inizio maggio, era al suo debutto in società e del tutto sconosciuto!
Potrei dire: evviva, evviva - se tornato a bomba al lavoro non fossi già sotto uno schiacciasassi, alle prese con due priorità in simultanea che mi obbligano a interrompere questo diario elettorale: la complicatissima fase pre-costitutiva del Parlamento Europeo, dove 27 paesi negoziano sugli equilibri dei prossimi cinque anni; la necessità di mettere le basi al più presto su una struttura organizzativa razionale, che permetta la migliore comunicazione tra gli uffici di Bruxelles e il territorio, in tutte le sue salse.
Quindi, non c'è tempo per brindare. Anzi, sono tentato di sparigliare le carte e dire: l'Italia dei valori meritava il 20%, non l'8% - perché ha compiuto un'impresa presentando una formazione di candidati lista fatta di tante bellissime storie come quelle dei miei compagni di cordata in lista, così diversa dalle solite confezioni elettorali dei partiti italiani. O dovrei lamentarmi che le mie preferenze sono poca cosa al cospetto di quelle di campioni gettonatissimi che non saprebbero dirvi di che paese è la capitale Bratislava.
Così il mio primo pensiero va proprio ai tanti che durante la campagna elettorale mi hanno detto: "non ci interessa". Oppure: "sei una bravissima persona, ma Di Pietro!!" (e smorfia di orrore). O a quelli che chiudono la porta in faccia con un "figurati, tanto i miei amici non vanno a votare da un pezzo". Per non parlare del più ripetuto e codificato "hai già un ottimo lavoro, ma chi te lo fa fare". In un mese ho appreso un piacevolissimo repertorio del qualunquismo e dell'indifferenza che non se ne può che trarre una diagnosi allarmata, perché in realtà è il repertorio di chi è stato tradito e non ci vuole cascare più. Adesso sono eletto, non ancora proclamato, ma sarò un "rappresentante del popolo". Anche di questo popolo cinico o scettico, stanco e disilluso. E cerchiamo di dargli una scossa, che sennò non se ne esce.
Dunque bisogna che il popolo ci stia vicino, che segua passo passo ciò che combiniamo anche a Bruxelles, che ne chieda conto con ragionevolezza e senza isterismi; e che ne chiedano conto, soprattutto coloro che hanno scritto su un foglio di carta "Rinaldi", perché non c'è niente di peggio di essere eletto da cittadini che poi si scordano chi hanno votato.
Tanto più che i voti sono stati tanti. Ho raccolto 12.000 voti arrivando quarto, dietro a tre candidati tutti eletti anche in altri collegi. Nella mia stessa situazione si sono trovati altri candidati negli altri collegi, e alla fine il gioco delle desistenze ha premiato chi aveva comunque ottenuto il numero maggiore di preferenze.
In questo modo, dietro l'angolo fa capolino la soddisfazione sincera per il risultato elettorale, perché tante persone hanno dato fiducia a un esperimento che se falliva avrebbe confermato le peggiori abitudini italiane del mettere in lista solo chi si porta dietro pacchetti di voti, punendo una strada di innovazione e freschezza.
Quindi, un pochino festeggiamo. Ma col rischio che ormai, dopo un'elezione, non ci restano altro che citazioni. La lingua della politica mi pare davvero un sistema di citazioni. Ho vinto, grida chi ha vinto. Hai perso, grida chi ha perso. Mai che uno abbia il coraggio di dire, subito e chiaro, quello che tutti possono pensare alla lettura dei numeri.
Così resta un po' il sapore che il voto per le europee per molti debba fare la fine di un grande sondaggio: ci siamo presi le misure, e ora, dopo tante trasmissioni televisive, interviste e altre liturgie della comunicazione, si può tornare a casa a scoprire che la nostra vita non è cambiata in niente. E l'indomani, a scuola o al lavoro, ne avremo la conferma.
Prendo Leonardo Sciascia: "Sarò un moralista - e dunque un qualunquista: ma mi pare che i particolari guai del nostro paese nascano tutti da una inveterata e continua doppiezza, da un vasto e inesauribile giuoco della doppia verità che partendo dall'alto soltanto si arresta là dove la verità non può permettersi il lusso di essere doppia - ed è una, inequivocabile: quella della povertà, del dolore.
È una doppiezza propriamente "costituzionale", che dal potere si dirama e moltiplica in perfetta circolarità, tornando al potere come linfa nuova, depurata, come abbiamo detto, di quei detriti e veleni che vanno a finire in basso.
Mai c'è stata un'epoca, mi pare, in cui come oggi quello che si dice ha più importanza di quello che si fa.
E se non si torna a chieder alle persone il conto preciso di quello che sono, di quello che fanno, di come vivono; se non si torna a giudicare un'azione per quella che è, senza fra caso se è fatta con la mano sinistra (che sa quello che fa la destra) o con la mano destra (che sa quello che fa la sinistra), temo che nessuna riforma o rivolgimento varrà a cavare il ragno dal classico buco: immagine pertinente alla situazione, e anzi da moltiplicare - tanti buchi, tanti ragni."
Insomma, il solito abisso tra il dire e il fare.
Ma nel "fare" c'è stato il lavoro collettivo dell'impegno politico, svolto insieme a molte persone tra cui tante, come me, erano alla loro prima campagna elettorale. Poca televisione, qualche intervista, pochi giornali, moltissimi incontri, qualche mercato, e un po' di video. Tra questi, anche uno sul genocidio ruandese, un tema davvero impossibile per una campagna elettorale in Italia; eppure è stato visionato da circa 20.000 persone, ha registrato centinaia di contatti positivi.
Dovrei cominciare allora col ringraziare i miei amici della diaspora ruandese, vittime di un genocidio nel quale l'Europa ha le sue colpe, gli amici del forum africano, del commercio equo e solidale, i compagni di strada repubblicani e liberali che, privi di liste e di candidati altrove, mi hanno aiutato spontaneamente, i vecchi colleghi di Bruxelles rientrati in Italia, i tanti amici che si sono fatti davvero in quattro.
Ma per vincere un'elezione non bastano gli "amici" e non basta la propria buona volontà. Occorre un'organizzazione, una "rete di buoni", una struttura che coalizzi le energie e le sappia valorizzare. Per questo dico una volta di più a chi diffida dei partiti: senza l'Italia dei Valori che ha aperto le sue liste e ha aperto la sua organizzazione, si andava tutti a fare una girata. L'Italia dei Valori si è dimostrato un partito ricco di entusiasmo, di cittadini con una curiosa combinazione di rabbia e di gioia, di attenzione e di spontaneità, e con un'organizzazione che seppure perfettibile qua e là, è riuscita a dare forza e spazio alla nostra voce.
Dietro un'elezione infatti c'è il lavoro, noto ai militanti ma oscuro al più degli elettori, di dirigenti come i coordinatori regionali: Giuliano Fedeli, Aviano Rossi, David Favia e soprattutto, e dato il suo impegno e i risultati ottenuti nelle urne - Stefano Pedica che insieme all'assessore Vincenzo Maruccio si sono spesi in mille modi. Attraverso loro ringrazio tutti coloro che attivamente hanno lavorato perché questa anomala candidatura per la politica italiana fosse una storia di successo. Ricordo anche due persone con le quali ho trascorso ore e ore: Antonio e Ruslan, che mi hanno guidato con attenzione e disponibilità per le strade del collegio. Quando poi ho guidato da solo, il che è capitato molto spesso, ringrazio la musica di Bach, di Mozart, di Peter Gabriel e di Nusrat Fateh Ali Khan, che mi ha fatto pensare a tante altre cose. Un grande grazie anche a Giorgio Bozzetti, Tiziana Di Croce e Gioacchino Pucci - tutti indispensabili e tutti sempre calmi e sereni. Poi c'è l'incredibile Ursa, che, slovena, ga fatto tutto in una lingua che non è la sua - o, ormai, non lo era.
La "citazione" dei ringraziamenti è sentita col cuore e potrebbe continuare ancora a lungo. Molto a lungo, troppo, perché in fondo sono i nomi di un'intera Italia che ho scoperto in questo paese ormai fuori dall'Europa e dalla modernità, che si ribella al neo-feudalesimo che ci toccherebbe se non ci organizziamo. Il loro lavoro, piccolo o grande che sia stato in una campagna elettorale, indicano che esiste una via.